Femministe VS Ghei

Femministe VS Ghei

ghei

Breve flusso di coscienza sul perché è giusto fare la cosa giusta.

Tanto per essere originale, parlerò di attivismo e del Pride.

Come femminista e come, nel mio piccolo, attivista, prendere parte ad una manifestazione come il Pride mi sembra non solo doveroso, ma anche ovvio. Insomma, dove se ne andrebbero tutte quelle belle parole sull’intersezionalità e sulla parità? Dove finirebbe il senso di giustizia? Dove la lotta per i diritti umani per tutt*? Dove il senso stesso dell’utilizzo di questo tanto detestato asterisco alla fine di “tutt*” se io decidessi che no, il Pride non è un problema del femminismo, arrangiatevi?

Esattamente: a farsi fot*ere.

Semplicemente non sarei più credibile se volessi continuare ad impegnarmi per la parità e poi me ne fregassi di tutto quello che nasce come esterno al movimento femminista e, sinceramente, smetterei anche di prendermela di fronte a critiche tipo “siete solo delle pazze che bruciano gli uomini e odiano i reggiseni” o la più pacifica versione invertita, perché diventerebbero vere. Se dici di stare dalla parte delle persone e poi l’unica persona di cui ti occupi sei tu, se un’ipocrita e non sei credibile.

Nonostante ciò, mi è capitato molto spesso di sentire le persone chiedersi cosa abbiano fatto i movimenti per i diritti degli omosessuali per le donne per meritarsi che io, da femminista, mi occupi di denunciare le loro discriminazioni o di festeggiare ricoperta di glitter rosa alla “loro” festa.

Cominciamo col dire che qualsiasi discorso che implichi un “noi” e un “loro” generalmente lo ritengo sbagliato a prescindere ed evito di seguirlo, perché, che vi piaccia o no, siamo, prima di tutto, persone e questo ci accomuna tutt*. Anche pro e contro l’asterisco. Ma mi piacerebbe anche analizzare questo tipo di obiezione e rispondere con razionalità, perché espone un problema vero e penso che sia giusto parlarne.

I movimenti per i diritti degli omosessuali, così come la gigantesca mobilitazione sociale nota come “Il Sessantotto”, così come gli innumerevoli movimenti per i diritti civili che nella storia si sono susseguiti, nasce per contrastare le discriminazioni che colpivano e colpiscono uno specifico gruppo di individui, gli omosessuali, appunto, ma non nasce da un pianeta di zucchero filato rosa, glitter e unicorni, per quanto ci piaccia crederlo: nasce da questa cultura. Questa quale? Questa, quella che viviamo da sempre, quella in cui un genere ha da sempre sistematicamente oppresso l’altro, quella in cui più della metà della popolazione è vittima di un pregiudizio, quella in cui il sessismo non è neanche più una forma di pregiudizio pervasivo, ma è la cultura stessa, quella in cui una maggioranza di fatto è percepita come una minoranza e vive in condizioni di svantaggio rispetto all’altra e potrei andare avanti ore. Questa società, che è patriarcale e sessista.

Essendo il sessismo così pervasivo (anzi, essendo esso parte della società stessa) diventa il filtro attraverso il quale le persone vengono cresciute ed educate, a partire dal potente strumento dei ruoli di genere che, per come sono fatti e per come è composta la nostra civiltà, danno origine a ruoli di potere che vedono il pene come la testa che governa sul corpo, qui rappresentato dalla vagina. E mi dispiace che sembri tutta un’estrema semplificazione particolarmente cruda e brutale della situazione, ma la realtà è che è davvero così semplice, insensato e stupido il meccanismo alla base di un sistema di oppressione che, ovviamente, è complesso e, ovviamente, non può essere ridotto a questo.

Comunque, a me interessa parlare proprio di questo meccanismo che sta alla base perché è colpa sua se qualcun* pensa che dovrei vendicarmi dei ghei perché “loro” non si sono occupati di me in passato. La questione è molto semplice: se questo sistema di oppressione, sorretto da un principio tanto idiota quanto elementare, efficace e pervasivo, viene insegnato nel privato e nel pubblico, le persone finiranno per impararlo e metterlo in pratica. E non è colpa di nessuno, è normale, fisiologico e anche ovvio. Ciò ha fatto sì che all’interno di tutti i movimenti di liberazione che la storia ha conosciuto, si verificassero le medesime dinamiche patriarcali che vedevano ruoli di genere e, conseguentemente, ruoli di potere, specifici e sfavorevoli per le donne (almeno finché non ci si è resi conto che essere uomini tutti d’un pezzo, puzzare e dovere essere in grado di cacciare bisonti con la clava, forse, ma dico forse, non è un prezzo piacevole da pagare per i privilegi, soprattutto nel caso in cui una situazione di parità non farebbe perdere niente a nessun uomo).

Detto ciò, obiezione più che corretta riguarderebbe la mia apparente giustificazione del loro sessismo.

Seguitemi un attimo. Abbiamo detto che, gay o etero, se ti insegnano il patriarcato, non lo disimpari da un momento all’altro solo perché fai parte di una minoranza discriminata, ma non dobbiamo dimenticarci che quando le donne hanno visto il sessismo prendere il potere all’interno dei movimenti che avrebbero dovuto liberarle ma si sono rivelati, passatemi il termine, “fallocentrici” non se ne sono state a guardare lamentandosi che nessuno faceva niente per loro. Hanno preso la parola, hanno esposto il problema, hanno trovato soluzioni, hanno cercato il confronto, hanno proposto la collaborazione e hanno incoraggiato la partecipazione di altre donne. Perché è così che si fa. Certo, ammesso che lo scopo sia ottenere qualcosa, perché se lo scopo è solo la lamentela allora non avete bisogno di aspettare il Pride e il femminismo, vi bastano i giovani di oggi, il freddo a gennaio e il caldo a luglio, che, auguriamocelo altrimenti significa che qualcosa è andato parecchio storto, saranno sempre un’immancabile certezza.

Seconda e ultima cosa da considerare che si collega col discorso che ho fatto all’inizio: battersi per le cose giuste è giusto. Non mi interessa cosa uno specifico gruppo faccia o abbia fatto per me, se quel gruppo subisce una discriminazione è mio compito denunciare l’ingiustizia e sostenere la parità. Così come hanno fatto gli omosessuali inglesi con i minatori gallesi che non li volevano, così come, più recentemente, sta facendo la campagna Allah Loves Equality, facendo incaz*are un sacco di musulmani, ma portando concretamente del bene a moltissime persone, così come farò io al Pride marciando, da femminista, con Women’s March-Milan.

Non me ne starò a guardare da lontano gli altri che si divertono al corteo e che fanno qualcosa di concreto aspettando arrabbiata che qualcuno faccia qualcosa per me prima di collaborare e smettere di infamarlo. Quello lo fanno gli MRA, non io. E, spero, nessuna femminista, se non nessuna donna.

La Mucca Intellettuale

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Direzione: Tucamingo

Direzione: Tucamingo

img_1035Ultimamente mi sono state fatte delle domande e delle osservazioni che mi hanno portato a scrivere, oggi, niente popo di meno che del Tucamingo. Fidatevi, non è egocentrismo (sebbene giri voce che il Tucamingo sia un personaggio un pelino narcisista), semplicemente ho sentito l’urgenza di proporvi un buon articolo di disambiguazione.

Premetto che le domande e le osservazioni a cui faccio riferimento sono state poste in buona fede, da persone vicine alla sensibilità Femminista, ma che, ingenuamente, non avevano colto appieno il significato dell’attivismo che la Mucca Intellettuale ed io, sotto la guida del Tucamingo in persona, portiamo avanti con passione. Tra questi interrogativi, infatti, tanti riguardavano il nostro obiettivo, e quindi quale strada stessimo percorrendo e perché.

Per spiegarvi però quello che è il principale obiettivo del blog, devo farvi fare un viaggio nel tempo. Vorrei infatti farvi tornare indietro di tre o quattro mesi, quando due ragazze poco più che ventenni, (che più che otto anni di lunga amicizia e una ossessiva passione per il cioccolato non avevano condiviso), si sono ritrovate alla gestione di un blog femminista. “Come è stato possibile?” Vi chiederete. Beh, se avete avuto occasione di leggere il primissimo articolo da noi pubblicato, https://tucamingo.wordpress.com/about/ avrete compreso che la semplice osservazione e la ricerca di informazioni sono state alla base di tutto.
Dopo aver osservato con occhio critico quanto stava attorno a noi, e dopo aver tralasciato gli stereotipi che invece stavano attorno al femminismo, abbiamo visto, contrariamente a ciò che pensavamo all’inizio, quanto questo movimento si impegni per la realizzazione di un disegno che sia di vantaggio all’intera società e non solo alle donne. Sopratutto, non solo alle donne eterosessuali, cisgender e bianche. Abbiamo compreso infatti come il femminismo di quarta generazione si basi sull’intersezionalità, ovvero sulla collaborazione tra gruppi minoritari (es: i gruppi etnici, gli esponenti dei vari orientamenti sessuali, le persone affette da forme di disabilità…) e su quella tra i sessi.

Dopo questa illuminazione divina, probabilmente mandata su di noi dallo spirito della Pankhurst, abbiamo inteso quanto fosse positivo lo slancio del movimento femminista e quanto fosse urgente ottenere ciò per cui esso si batte: la parità.
È per questo che abbiamo quindi deciso di impegnarci affinché quante più persone possibili potessero sperimentare quanto è successo a noi. Sì, mi riferisco a quella illuminazione divina. (LOL)

Possiamo dire, dunque, che il primo obiettivo del Tucamingo è quello di informare. Nello specifico cerchiamo di:
• Chiarire, in primis, che cosa sia davvero il femminismo e quali siano davvero i suoi ideali.
• Condividere articoli e post che ci facciano guardare aldilà del nostro naso, ponendo dunque l’accento su problematiche a noi poco familiari, ma purtroppo ben note in altri paesi del mondo, o, più semplicemente, ad esponenti di altri gruppi minoritari.
• Consegnarvi la nostra personalissima esperienza, confidando nella vostra empatia e sperando che questa vi permetta di comprendere anche la problematicità delle situazioni in cui non vi siete mai trovati/e coinvolti/e.
• Riportare, tramite le interviste, i punti di vista di persone quanto più diverse tra loro perché testimonino, con il loro attivismo, che davvero tutt* possono e dovrebbero essere femminist*.

E se tra voi ci fosse qualche scettico/a, convinto/a che la sola informazione non possa affatto cambiare le cose, permettetemi di riportarvi un piccolo esempio.
Immaginate un ragazzo, un ragazzo qualsiasi, che capita su uno dei nostri articoli, magari uno di quelli che denunciano il catcalling come forma di violenza. Portare quel ragazzo, tramite le nostre parole, a stretto contatto con le emozioni che quel tipo di esperienza suscita nella vittima potrebbe fargli aprire gli occhi. Magari lui non ha mai molestato verbalmente una ragazza, ma forse qualche suo amico sì. E quindi, magari, lui si servirà delle nostre parole per riprendere il suo amico e fargli capire quanto sia sbagliato il suo atteggiamento. O, magari, se dovesse trovarsi testimone di una molestia verbale, potrebbe addirittura intervenire, fermando l’aggressore, dimostrando comprensione e supporto alla vittima e sciogliendo quel nodo di omertà a cui rimaniamo troppo spesso avviluppati. Solo a pensarci mi sento meglio, mi sento migliore. E di esempi del genere potrei farne molti altri.

Insomma, non so se sono riuscita a convincere voi, ma io e la Mucca Intellettuale siamo convinte più che mai di star percorrendo la strada giusta.
Sono tanti gli aspetti di questa società che ci lasciano avvilite, ma, nonostante questa amara sensazione, capiamo anche che la società non è altro che lo specchio della sua cultura, per cui, proprio partendo da questa, può essere cambiata.

Noi ci crediamo fermamente. E voi?

Il Capybara Femminista

Da grande sarò Kimberlé Williams Crenshaw

Da grande sarò Kimberlé Williams Crenshaw

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Per parlare di Kimberlé, dobbiamo ripassare insieme e brevemente quella che è la storia del femminismo; non solo perché c’è sempre bisogno di ricordare quanta strada è stata fatta e quanta ce ne sia ancora da fare, ma anche perché Kimberlé, parte di questa storia, ha contribuito a farla!

Il Femminismo si divide in ondate, ogni ondata è caratterizzata da un target preciso verso cui l’attivismo si è indirizzato o si direziona (aprite bene le orecchie voi che dite che “ormai avete raggiunto il diritto di voto, cosa volete di più?”). Tanto! C’è ancora tanto da fare, ed ogni ondata ha mosso la società a più livelli affinché fosse ottenuto di più, affinché ci fosse più giustizia, affinché si salisse un altro gradino della tortuosa scalinata che porta alla parità.

Ecco brevemente quali sono le ondate di femminismo:

1) La prima ondata è quella delle suffragette: siamo all’inizio del XX secolo e le donne si battono per i diritti delle donne, in particolare per il diritto di voto.

2) La seconda ondata è quella degli anni ’70: le donne scendono in piazza accompagnate dallo slogan “L’utero è mio e me lo gestisco io”. La lotta per l’emancipazione sessuale della donna è il fulcro di queste proteste.

3) La terza ondata è quella degli anni ’90: il movimento sociale si lega al mondo della musica, nascono le girl band e, ancora una volta, le protagoniste sono le donne, anzi, le ragazze, che inneggiando al girl power aggiungono capi maschili nei loro guardaroba, dai pantaloni stracciati alle cravatte, tutto per dire: “Noi possiamo fare quello che fanno loro, e ci riesce pure bene!”.

4) La quarta ondata è quella che stiamo vivendo. Quella che si batte per un linguaggio inclusivo, quella che vuole cambiare nel profondo la cultura sessista che ancora si maschera dietro una superficie di parità che, purtroppo, è solo presunta. La quarta ondata è quella che si prende a cuore gli svantaggi legati ai ruoli di genere, che riconosce come questi svantaggi affliggano anche la parte maschile. La quarta ondata è quella che porta le donne privilegiate (bianche, eterosessuali, cisgender) a riconoscersi come tali e a riconoscere, allo stesso tempo, il divario che le separa dalle comunità cosiddette “minoritarie”. Le femministe e i femministi (sì, perché finalmente ora anche gli uomini sono chiamati a prendere una posizione nel movimento) della quarta ondata si battono per risolvere anche i problemi che non le/li rendono vittime in prima persona, perché, come dice Audre Lorde “Non mi sentirò libera finché non lo saranno tutte le donne. Non importa quanto diverse siano le loro manette dalle mie”. In breve, il femminismo della quarta ondata è il femminismo inclusivo, che si batte affinché sia garantita la parità sociale, politica ed economica, indipendentemente dal sesso, dall’aspetto fisico, dall’orientamento sessuale, dal credo religioso e dal colore della pelle. E qui possiamo tornare al discorso di partenza, perché è stata proprio Kimberlé ad introdurre il concetto di INTERSEZIONALITÀ.

Kimberlé, come sostenitrice dei diritti civili e principale studiosa della “Critical Race Theory”, ha riconosciuto come le lotte portate avanti dalle donne difficilmente realizzassero come alcuni elementi della società si ritrovassero a dover combattere per più cause e contro più forme di violenza. (Una donna immigrata si ritrova quotidianamente ad affrontare le discriminazioni dovute al suo sesso così come quelle legate alla sua posizione di straniera, ad esempio).

Kimberlé è stata una pioniera nell’aver integrato con le sue teorie alcune lacune che il femminismo doveva assolutamente valutare. Il femminismo, in quanto movimento sociale, e come detto nell’introduzione di questo articolo, si adatta, infatti, ai bisogni dell’epoca in cui esso agisce e in base a ciò determina la sua sfera d’azione e di interesse. Proprio per questo, con l’avvento della rivoluzione  gender, con l’allentarsi dei tabù che per anni hanno soffocato gli orientamenti sessuali, con la nascita di una realtà sempre più globalizzata e di una società multietnica il femminismo ha dovuto, giustamente, fare un passo verso il concetto di intersezionalità, per entrare in questa quarta ondata che, forse, senza Kimberlé, non sarebbe la stessa.

Il Capybara Femminista 

I’m your Venus

I’m your Venus

img_0051Sarà poi così vero che le femministe non si depilano? Magari tra voi lettori e lettrici c’è qualcun* che si aspetta che io sfati questo mito. Qualcun* che mi vorrebbe sentir dire “Assolutamente no! Io mi depilo con costanza e dedizione!”. Beh, credete al Capybara quando vi dice che è sinceramente dispiaciuto di deludervi.
Io mi depilo quando mi va, se mi va e soprattutto dove mi va. (Se qualcun* di voi sta pensando “eh ma il tuo ragazzo cosa ne pensa?”, permettetemi di zittirvi subito prima che le vostre visioni sessiste facciano più male che bene e permettetemi di consigliarvi di raccogliervi in qualche minuto di silenzio per pensarci).
A quell* che si aspettano di sentirmi dire che se una donna si depila, allora non è una vera femminista, perché una vera femminista (per favore notate l’insistenza sulla desinenza femminile, ecco, anche quella fa parte della mia ironia) è tale solo se più simile a una amazzone ripudia-uomini che a qualsiasi altra cosa…beh, mi dispiace, ma devo deludere anche voi.

Non esiste nessun binomio “depilazione-vera donna” e benché meno esiste il binomio “cespuglio ricco e folto- femminista”. Se mai, esiste una solida corrispondenza tra consapevolezza e modo di agire che si distacca dagli schemi. Ecco qual è il punto. Non è che una femminista scelga deliberatamente di non depilarsi perché si fa così. Semplicemente, una femminista è spesso più portata a mettere in discussione i canoni della società, quelli estetici così come quelli sociali, politici ed economici, perché è il movimento stesso che la spinge a farlo.

Ci possono essere milioni di motivi che portano una donna ad abbandonare la scelta della depilazione, motivi che possono anche non centrare nulla con il femminismo. Potrebbe essere perché è un’abitudine dispendiosa, ad esempio; potrebbe essere per personale gusto estetico; potrebbe essere semplicemente che ha capito che la depilazione femminile vissuta come un’imposizione, un must, una caratteristica talmente implicita nell’essere donna da essere data per scontata, non è che una convenzione dettata da stereotipi per lo più maschilisti, laddove per maschilisti non si intende tanto decisi dagli uomini, quanto più dettati a vantaggio di essi e delle donne che innanzitutto ad essi vogliono piacere.

Una volta appresa questa profonda verità, non è nemmeno detto che una donna abbandoni completamente la scelta della depilazione. Anche qui ci possono essere milioni di motivi, a partire, ad esempio, dal fatto che sentire le lenzuola fresche di lavanderia che scivolano sulle gambe appena depilate è uno dei piaceri della vita.

Quello che voglio dire è che quando si parla di depilazione, le parole chiave sono due: scelta e consapevolezza. Il punto è capire che non c’è niente di imposto, o meglio, che per quanto sia imposto ad una donna di essere completamente glabra, tanto da comparire perfettamente depilata persino nelle dimostrazioni in TV dei silk-épil, basta ragionare per realizzare che possiamo sempre lasciarci un margine di scelta, un margine che possiamo inspessire a nostro piacimento. Basta davvero poco per cogliere l’assurdità di questa imposizione e basta solo un po’ di pratica per allontanarsi da quel binomio “depilazione- vera donna” indotto tanto dai media quanto dalle mamme che ci portano dall’estetista appena compiamo 12 anni.

La depilazione è una scelta. E, vi prego, ripetiamocelo come un mantra.

Il punto quindi, in questo caso, così come in più o meno qualsiasi aspetto della nostra vita, è cercare di agire a livello consapevole, affinare il nostro senso critico, farci domande e darci riposte, o lasciare che sia un Capybara Femminista a farlo. Una volta instaurato un buon livello di consapevolezza, allora niente sarà più strettamente vincolato alle imposizioni esterne, ma avremo ormai tutte le facoltà che ci servono per agire liberamente, secondo la nostra sensibilità, nel rispetto degli/delle altri/e e di noi stess*, e, perché no, anche dei nostri peli.

Il Capybara Femminista

Politically (in)correct

Politically (in)correct

img_0343Com’è difficile rimanere lucida quando internet è il posto che frequenti di più.

Quando il mio pollice tocca l’icona di qualche social network sullo schermo del mio telefono, la mia mente deve prima superare il panico e poi prepararsi al peggio, perché quando sei un’attivista devi sapere contro cosa stai andando, quindi cancellare tutti i contatti che seguono Salvini o altre pagine di estrema destra sarebbe quasi controproducente.
Così mi è capitato spesso di inciampare (e farmi male davvero) in qualche frase, qualche foto creata ad hoc per fomentare odio e, tra questo genere di post, ho potuto anche leggere quelli in cui si cercava di piegare la lingua alla rabbia.

Ho imparato che “politicamente corretto” è un insulto che si rivolge a chi vuole usare un linguaggio che non sia razzista, omofobo o sessista.
Ho imparato che se non dici “neg*ro” per riferirti a una persona che vive nel sud del mondo, sei buonista, ma non ho imparato che cosa significa buonista; ho imparato che se quella persona che vive nel sud del mondo decide di venire a vivere in Italia, allora “neg*ro” non basta più per definirlo, bisogna aggiungere che è un parassita e la causa di ogni male e, se non lo fai, la categoria in cui rientri è quella dei “radical chic”, ma nessuno mi ha mai definito questo neologismo; ho imparato che esiste un’ideologia che si chiama “gender” e che è una cosa cattiva, sembra quasi un reato, un peccato capitale, peggiore di gola, lussuria e accidia e io penso di essermi macchiata di questa atroce azione, perché riconosco l’omofobia in “frocio” e la meno nota transfobia che viene fuori quando, parlando delle donne transgender vittime della schiavitù della prostituzione, si dice, con leggerezza, che qualcuno “è andato coi trans”. Peggio ancora quando lo si scrive nei giornali.
Per non parlare, poi, di quando trovi gente che fa slutshaming e provi a dire che è sbagliato: in quel caso sei una femminazi. Già, “nazi” perché non c’è differenza tra volere la parità e mettere in piedi un genocidio per fare pulizia etnica, vero?

Ecco, io credo di meritarmi tutte queste belle parole perché ho l’abitudine di utilizzare un linguaggio che sia corretto e non offenda le persone solo perché potrebbero essere incasellate dentro a delle “categorie”.

Però succede, a volte, che, all’ennesimo “buonista”, la rabbia prende anche te e la vista ti si annebbia.

Come si fa in questi casi?

Come si fa quando si legge e si vede qualcosa di troppo ingiusto?

È difficile mantenere la lucidità e non cadere nella violenza verbale davanti a chi sparge odio, quando non riesci a sopportare le persone che chiamano “opinione” gli insulti o la classificazione della razza umana in esseri umani di serie A ed esseri umani di serie B.
A volte è impossibile non ribollire di rabbia davanti a un commento razzista, in altri casi a far prudere le mani sono proprio gli insulti che ci prendiamo perché il nostro linguaggio non è condito di discriminazione, ma non bisogna mai cedere.

Il modo migliore per contrastare chi parla con odio è continuare a ed essere dei buonisti radical chic che usano parole politicamente corrette, così da chiamare ogni cosa, ma, soprattutto, ogni persona col nome che si merita.

E così verrà fuori che dietro a “frocio” c’è un ragazzo che si vive la propria sessualità come gli pare, come è giusto che sia e che “quella troia che se l’è cercata” è stata vittima di revenge porn e magari, chissà, scopriremo che si scrive “leghista”, ma si legge “fascista” e quante volte sentiamo dire “cattolico”, ma sarebbe più corretto “fondamentalista”.

La Mucca Intellettuale

Il lavoro più antico del mondo

Il lavoro più antico del mondo

img_0006Potevo avere dieci, forse undici anni, e, abitando tra Via Ponte Seveso e Via Tonale, a due passi dalla Stazione Centrale di Milano, ebbi presto l’occasione di incontrarle. Si trattava per lo più di donne cinesi con le facce stanche, solcate da rughe troppo profonde che creavano uno strano contrasto con le gambe snelle che spuntavano dalle loro gonne. Gonne anonime, capelli scialbi e scarpe più simili a ciabatte che a consone calzature. Molto diverse dai lunghi stivali in pelle con prepotenti tacchi a spillo di Vivian, la mia eroina di Pretty Woman. Si avvicinavano schive ai passanti, inspiravano grosse boccate di fumo alla nicotina dalle sigarette perennemente incastrate tra le loro lunghe dita. Chiedevano 10- 15€ in cambio della loro compagnia.

Dieci euro. Mi chiedevo perplessa dove fosse il loro Richard Gere, mi chiedevo dove tenessero i preservativi, non avendo gli stivali in cui nasconderli, mi chiedevo se avrebbero mai fatto shopping sul Rodeo Drive. Soprattutto mi chiedevo se davvero potesse valere così poco una donna. La perplessità era piano piano svanita, mano a mano che quelle scene e quelle facce divenivano sempre più familiari.

Avevo quindici anni quando le signore con gli occhi a mandorla cominciarono a spartirsi la zona con un paio di giovani ragazze albanesi. Forse non erano mai state così giovani, forse è il ricordo delle lunghe code di cavallo e del trucco curato che mi porta fuori strada . Forse era un caso che sembrassero ragazzine, forse faceva parte della loro divisa: un manager senza cravatta non ispira la stessa fiducia, così come una prostituta senza l’aria sbarazzina, forse, non ispira lo stesso desiderio. Entrarono nella mia quotidianità. Davvero cominciai a considerarlo un lavoro come un altro con i suoi pro e i suoi contro, con i suoi clienti e la sua retribuzione. Sorridevo quando vedevo lo scanzonato di turno guardarsi losco alle spalle prima di avvicinarsi a una di loro. Mi sembrava strano che qualcuno potesse dubitare della consapevolezza della gente. Cosa c’era da dubitare? Tutti sapevamo di cosa si trattava.

Ero una diciassettenne quando alle solite che ormai mi erano ben note si aggiunse una ragazza che poteva avere dai venti ai venticinque anni. Penso lavorasse da sola, fissa sempre all’angolo della strada, esattamente ad un isolato da casa mia. Tornavo a casa tardi un paio di sere a settimana: mi trattenevo in Via Murillo a studiare giapponese. La signorina, così avevo cominciato a chiamarla, mi dava tanta sicurezza. Mentre affrettavo il passo verso il mio appartamento, stretta nel giaccone, ancor più stretta dal freddo di Novembre, pensavo alla signorina e a come era coraggiosa lei, che del freddo e del buio aveva fatto la sua professione.

Crescendo, coltivando il mio femminismo e facendo dell’attivismo il mio stile di vita, ho cominciato a guardare alla prostituzione con uno sguardo più critico. Ho cominciato a biasimare quelle donne che sputavano sui piedi delle giovani albanesi, donne piene di odio per quei corpi turgidi che rappresentavano le mine che avrebbero potuto far saltare i loro matrimoni, se gli impavidi mariti-soldato vi si fossero incautamente avvicinati. Ho cominciato a difendere l’innocenza di quelle che i giornali si sono sempre affrettati a liquidare come “baby prostitute”, vittime ancora minorenni di una società che dipinge le donne come oggetti, anzi, che le incolla sui muri delle città e le trasmette su tutti i canali televisivi, che le rende decorazioni, le rende involucro vuoto, le rende sesso e poi le biasima per aver risposto positivamente all’incentivo dato. Ho cominciato a guardare con orrore alla quantità di giovani coinvolte nel traffico di persone tra Nigeria, Corea e Romania, alla quantità di denaro e di interessi implicati.

Ora. Io non ce l’ho una soluzione per fermare la prostituzione. Forse non la voglio nemmeno fermare, perché difenderò fino alla morte il diritto per il quale, con il proprio corpo, una donna dovrebbe fare ciò che vuole.
Ciò che voglio fermare a tutti i costi, invece, è il sacco di ipocrisia che ci portiamo tutti dietro. Il punto è che ciò che la donna davvero vuole, spesso, in questi casi, non conta affatto. Il punto è che si parla di sfruttamento e di violenza e quindi di crimini da denunciare. Si parla di evitare che una donna possa sentirsi talmente sola e abbandonata alle proprie forze da doversi vendere come unica alternativa per la sopravvivenza. Si parla di uscire da una realtà in cui siamo abituati, tutti, tutti i giorni, a puntare il dito con astio verso una gonna troppo corta, scorta ad un’ora troppo tarda della notte, indosso ad una donna troppo appariscente, senza realizzare che lo sporco non sta in lei, ma nel mondo che la circonda e nella realtà che, su una strada, con una fila di clienti smaniosi, ce l’ha voluta.

Il Capybara Femminista 

Da grande sarò Angela Davis

Da grande sarò Angela Davis

img_9937Angela – se la tua colpa
è di essere un simbolo d’amore
tutti noi la stessa colpa
insieme a te – vogliamo confessare
per amare le cose che tu sai amare (la tua gente)
e spezzare una catena di dolore..
Non si può per un’idea,
per un idea soltanto
recidere un fiore.
(Quartetto Cetra, Angela)

Lo so, lo so, lo so. Cosa c’entra il Quartetto Cetra con questa rubrica? Cosa c’entra con la Women’s March? Cosa c’entra con Il Tucamingo?
Beh, anch’io pensavo non c’entrasse nulla fino a poco tempo fa, poi, grazie ad alcune ricerche fatte appositamente per questo articolo, mi sono imbattuta in questa canzone.

Il passo che ho citato è una strofa di Angela, scritta nel 1971 da Tata Giacobetti e Antonio Virgilio Savona per chiedere al governo statunitense quello che, in seguito, richiederanno anche molti altri artisti e intellettuali dell’epoca: la scarcerazione di Angela Davis.
Capisco che iniziare questa storia parlando di un arresto non vi stia dando l’ispirazione che vi hanno dato tutte le altre biografie, ma non si può parlare di Angela Davis senza considerare centrale questo fatto.

Angela è nata a Birmingham, in Alabama, in un luogo e in un tempo dove la questione della razza non era per niente marginale. Già dagli anni delle superiori, è affascinata dalle problematiche derivanti dalla condizione di svantaggio economico, politico e sociale degli afroamericani e delle classi meno abbienti, cosa che la porterà ad approfondire i propri studi in merito e ad aderire al Partito Comunista Americano, oltre che a guidare il Movimento per i Diritti Civili che stava prendendo piede negli anni Sessanta negli States.

Ma come si arriva al suo arresto e alla sua detenzione?
Ecco, c’è da dire che le politiche di non violenza che vengono, giustamente, ricordate quando si parla del movimento afroamericano per i diritti civili, in questo caso, sono parecchio lontane.
Angela Davis era una figura di spicco all’interno del Black Panther’s Party, le Pantere Nere, un gruppo di attivisti per niente pacifici, ma molto importanti per la storia.
Il 7 agosto 1970, le Pantere Nere organizzarono una rivolta durante la quale vennero sequestrate e uccise alcune persone, tra cui il giudice Harold Haley. Le armi utilizzate durante la sommossa risultarono intestate proprio alla Davis, che venne, perciò, accusata ingiustamente per l’accaduto, arrestata e incarcerata.
Questo episodio mise sotto i riflettori la situazione del rapporto tra Bianchi e Afroamericani negli Stati Uniti e attirò l’attenzione di tutto il mondo, arrivando anche nelle case di tutti gli Italiani, proprio attraverso il Quartetto Cetra, che furono i primi artisti al mondo a dichiararsi schierati con Angela e che, per questo, vennero pesantemente criticati, in un’epoca in cui, in Italia, chi si esponeva e parlava di politica era guardato male un po’ da tutte le parti.
Grazie a questo e ad altri interventi di intellettuali e artisti, come Jean-Paul Sartre, i Rolling Stones e John Lennon, Angela fu processata, scagionata da tutte le accuse e, finalmente, resa nuovamente libera.

Il suo attivismo continuò, e continua ancora oggi, sebbene si sia da tempo allontanata dagli estremismi delle Black Panthers e del Partito Comunista.
Attualmente, è una delle più importanti femministe al mondo, è una Femminista Nera, simbolo dell’intersezionalità del femminismo della Quarta Ondata.
Per darvi un assaggio dell’attività di questa grande donna, ecco una citazione del discorso che ha pronunciato in occasione della Women’s March on Washington del 21 gennaio:

“Questa è una marcia delle donne e questa marcia delle donne rappresenta la promessa del femminismo contro i poteri perniciosi della violenza di stato. Ed è un femminismo inclusivo e intersezionale che ci coinvolge tutti nella lotta di resistenza al razzismo, all’islamofobia, all’anti-semitismo, alla misoginia, allo sfruttamento del capitalismo.” (Traduzione di Ethan Bonali).

La Mucca Intellettuale