Cosa imparare dalla Giornata della Terra

Cosa imparare dalla Giornata della Terra

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Dal 22 aprile 1970, ogni anno, ricorre la giornata della Terra, meglio conosciuta come Earth Day.

Dal 22 Aprile 1970, se non da ancora prima, attivisti e attiviste di tutto il mondo richiamano l’attenzione dei cittadini sulle problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali estinte o in via di estinzione, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili e il riscaldamento globale.

Dal 22 Aprile 1970, si cerca di passare un messaggio chiaro a cui tanti ancora decidono attivamente di non prestare ascolto: stiamo uccidendo la nostra casa, avvelenando ciò che contribuisce al nostro sostentamento e sfruttando fonti di energia e persone in un processo di autodistruzione.

Dal 22 Aprile 1970, gli ecologisti cercano di fare informazione, per far comprendere quanto necessario sia l’intervento collettivo di noi, figli, in soccorso di quella che non è altro che nostra Madre. Quest’anno, anche il Tucamingo collabora con questo intento. Nel corso delle ultime settimane abbiamo messo da parte le questioni di genere, la disparità tra i sessi e le lotte dei nostri cari LGBT per concentrarci sulla salvaguardia del nostro ecosistema e dei suoi abitanti e, in particolare, ci siamo concentrate sul questione della plastica usa e getta, problematica alla quale la Giornata Della Terra di quest’anno è dedicata.

Vi abbiamo ricordato l’importanza di trovare soluzioni, soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle nostre attività.

Riciclare i rifiuti e produrne il meno possibile; acquistare prodotti realizzati nel rispetto della manodopera impiegata e delle risorse; impiegare più spesso mezzi di trasporto a basso impatto ambientale; condurre una dieta etica che rispetti gli altri esseri viventi e cercare di non sprecare le risorse naturali a nostra disposizione (a partire dall’acqua, al gas, fino al petrolio) sono solo alcuni degli accorgimenti da adottare per essere figli più riconoscenti ed esseri umani più consapevoli.

Per concludere, vorrei chiedervi di approfittare di questa giornata per rendervi più informati e aggiornati su questi temi che abbiamo appena citato. Condivido con voi alcuni titoli dei documentari che più mi hanno ispirata e grazie ai quali ho finalmente sentito la spinta per cambiare il mio stile di vita.

• Before the flood di Fisher Stevens
• The true cost di Andrew Morgan
• Un altro mondo di Thomas Torelli
• Minimalist di Matt D’Avella
• Food choices di Michal Siewierski
•Dalla parte del mare prodotto da Silvercare

Molte di queste perle le potete trovare su YouTube, su Netflix e in rete gratuitamente. Vi invito a celebrare nostra Madre in questo giorno a lei dedicato, guardandone almeno uno! Non ve ne pentirete.

Buona giornata mondiale della Terra,

Il Capybara Femminista

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Green Feminism

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IMG_0147Per leggere la l’articolo in italiano, clicca qui

240 millions of tons. What does this number refer to? No, not to the amount of chocolate I would eat if I just had the chance to, but to the plastic that every year is produced on a global scale. Some of you might say “not that bad”…, well, it’s not like I mean to scaremonger, but “not bad” my a*s! Plastic is not just another material or just another piece of garbage. The 8% of the oil extracted every year is employed in its production. Its constituents are nonbiodegradable and toxic too!

“Well, I recycle though” unluckily is not a way to sidestep the problem. Indeed, only the 3% of those millions of tons produced every year is properly recycled. In many cases it is not even a matter of differentiating your waste in a correct way: many of the products we think of as recyclable are in fact thought to be used just for once, to live just for once before they are burnt in the rubbish dump.

An example? Razor blades! Yes, razor blades are not recyclable. They end up decomposing themselves in what is called “plastic plankton”, which describes the microparticles that plastic transforms into after a certain amount of time. These particles fill our ecosystem and, in many cases, razor blades end up in our ecosystem just the way they are, being potentially harmful both to animals and human beings.

Of course, I don’t want you to think of the situation as if it were too extreme. So extreme that you cannot do anything about it. There is something we can do, and, I promise you that with small steps that will gradually become part of your routine, you will be able to cut off your plastic consume with ease (even saving some money!).

The simplest advice is to avoid buying any product packed in plastic, especially when all that tinfoil is clearly superfluous. Try to find in your neighborhood supermarkets that sell “in bulk”. In these supermarkets, products (from starchy foods to legumes, to bathroom and household cleaners) are in large dispensers. Choose what you need and put it in the fabric bags or the glass jars that you will have brought from home: this way there will be no waste at all!

For those of you who are younger and do not directly control the economy of the family, there are many other tricks to apply that will allow you to change things, with a little effort! The make-up? Buy it from Lush! Lush sells all kinds of makeup, suitable for all complexions, made with natural ingredients, giving you the opportunity to return the plastic jars they are contained into, with the certainty that they will be reused for new products! Do you often eat out? Avoid wasting disposable cutlery that university cafeterias or kiosks give you! Bring some hard plastic or bamboo cutlery with you that will take up little space and can be used for several occasions! Hair removal? If the plastic blades are bad, you can always use the metal razors with the interchangeable blade! The blades cost only a few cents and offer a more precise, but less deep shave so that you will avoid generating ingrown hairs!

In short, the options, in this case, are really endless. From DIY toothpaste to metal straws, you’ll be spoiled for choice. The important thing is to make the right one: it will be difficult at first, since we are so used to everyday comfort, but our planet needs us and I promise that once the right way has been taken, the way of conscious consumption and contained environmental impact, it will not be so difficult to stay on track!
Let’s change things, together!

by “Il Capybara Femminista”

Da grande sarò Nara Baré

Da grande sarò Nara Baré

f57eaf0a-2756-46a5-aa1b-5a2bf8ebafffPer continuare con il tema della sostenibilità di questo Aprile, per il Da Grande Sarò di oggi non posso che portarvi il grandioso esempio di Nara Barè, una donna meravigliosa che ho avuto la straordinaria occasione di incontrare durante il Festival dei Diritti Umani di Milano, che alla tutela della Terra ha dedicato la propria vita e la cui storia ci aiuta a comprendere come occuparsi dell’ambiente significa anche, e direi quasi soprattutto, battersi per i diritti umani.

Per capire il valore di questa donna, però, è necessario spostare la nostra attenzione su una situazione che a noi risulta tanto sconosciuta quanto lontana, ma che è fondamentale ricordarsi quando si parla di diritti, parità e ambiente: le condizioni di vita delle popolazioni indigene.

Dall’altra parte dell’Atlantico, nel cuore dell’America Latina, c’è una foresta che noi conosciamo come Amazonia, ma che 365 popolazioni indigene chiamano casa, in 273 lingue diverse.
Vivere in quelle zone, però, è per loro una condizione estremamente pericolosa poiché sono costantemente esposti alla violenza di governi che non li riconoscono come i legittimi proprietari di quelle terre e che continuano a distruggere l’ambiente costruendo opere estremamente dannose e sfruttando le risorse in maniera incontrollata, non curandosi affatto di mettere in atto politiche di sviluppo che siano sostenibili e in grado di garantire la tutela delle risorse che per i Nativi che vivono nella foresta sono letteralmente di vitale importanza.

È in questo scenario che si sviluppa il ruolo politico della figura di Francinara Soares Martins Baré, leader della Coordenação das Organizações Indígenas da Amazônia Brasileira (COAIB).

Nara Baré (o, nel suo nome indigeno, Iandara, che significa sole di mezzogiorno), figlia di una madre indigena del popolo Baré (una popolazione dell’Amazzonia brasiliana che vive vicino al Rio Nero) è nata e cresciuta in un clima di ingiustizie, dove le donne, in particolar modo le donne indigene, hanno poca possibilità di far sentire la propria voce. Ha quindi imparato a battersi per il riconoscimento dei propri diritti fondamentali, sia come parte di un popolo indigeno vessato dalle violenze causate dal colonialismo, sia come donna e, nell’agosto del 2017, alla presenza di seicento capi indigeni, è diventata la prima donna ad essere eletta Coordinatrice Generale della Coordinazione delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia brasiliana, la più grande Organizzazione indigena del Brasile.

Oggi, la sua presenza nel mondo è fondamentale poiché, essendo la leader da cui gli stessi popoli indigeni (compresi quelli che vivono in completa autonomia, senza contatti con la società occidentale) hanno scelto di farsi rappresentare, Nara si è fatta portavoce e ambasciatrice nel mondo della loro lotta a livello nazionale e internazionale: in particolar modo, oggi gli Indigeni dell’Amazzonia brasiliana si stanno battendo affinché il governo si decida a riconoscere la demarcazione dei confini delle loro terre, in modo tale da porre una fine alla distruzione delle risorse e agli assassini degli attivisti e delle attiviste che le difendono.

Ho chiesto personalmente a Nara Baré che cosa avrei potuto fare come cittadina occidentale per sposare la loro causa e lei mi ha dato una risposta precisa: bisogna fare pressione affinché lo sviluppo agricolo per la produzione dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole sia sostenibile; il governo brasiliano deve essere riconosciuto come illegittimo in quanto non rappresenta i Popoli Nativi; i candidati che stanno basando la propria campagna elettorale sulla promessa del furto delle terre agli Indigeni devono essere cacciati e, soprattutto, #DEMARCAZIONEORA!

La Mucca Intellettuale

Rana Plaza: when your clothes matter and the people who made it don’t

Rana Plaza: when your clothes matter and the people who made it don’t

IMG_9980🇮🇹 Per leggere l’articolo in italiano,clicca qui

Aaah…April is finally here and with it comes Easter, the illusion of spring, Spring cleaning and, soon, the anniversary of the Rana Plaza disaster.

On April 24, 2013, for those of you who might not know it, Rana Plaza, an eight floor building, collapsed, bringing down with its wreckage the lives of 1,129 victims. The lives of 1,129 textileworkers that must be added to the 2,515 wounded who were miraculously extracted alive from the building.

There are quite a few elements to keep in mind when talking about “Rana Plaza”. It’s not just the largest fatal accident in a textile factory ever documented or the most lethal structural failure in our contemporary history.

What hits you the most about Rana Plaza is the fact that the textile factory’s employees were the only people who were not evacuated from the building in time.

What hits you is that the clothes those workers produced (for 38 dollars a month in wages) were not meant for the local market. They were supposed to fill the shelves of the most prosperous Western clothing chains.

What hits you is that the textile factory bosses,who demanded the employees show up at that workplace despite the deep cracks in the walls, responded directly to famous brands that are all too well known in our “First World”.

Rana Plaza changed history. And not just for the hundreds of workers who died and their families, but also for global markets, consumer ethics and responsibile production.

After the Rana Plaza tragedy, the words “Fast Fashion” have been the talk of a great number of people. Fast fashion describes clothes with very short production cycles due to exhausting working schedules, which are sold at very cheap prices using poor quality fabrics and creating highly polluting waste. Purple who are tired of being part of a society nourished by profit; tired of a society that has changed the name of colonialism, but has kept the practice of exploiting resources and one that cradles us in our privilege; tired of a society that fills our minds with advertisements telling us that what we wear matters, but those who produced it don’t.

In view of the April 24th anniversary, we at Tucamingo have decided to dedicate the whole month of April to the ethical marketplace, human rights and environmental protection. It’s going to be an intense month during which we will publish informative articles with a clear aim: to make our readers ever more conscious. We will be sharing interviews and giving advice on how to make more sustainable choices, with the awareness that we can all be more conscious.

We live in a world that we soon won’t be able to call “home” anymore. We have initiated a decline whose symptoms are evident. We have the moral obligation to open our eyes and make a change to benefit us all, our ecosystem and those who live without the most basic of human rights because of our lifestyle.

Triggering an inverse mechanism will have to be a categorical imperative for all of us, without exceptions, without alternatives.

By “Il Capybara Femminista”

 

Rana Plaza: quando ciò che indossi conta e chi lo produce no

Rana Plaza: quando ciò che indossi conta e chi lo produce no

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Aaah…Aprile è finalmente arrivato. Con lui la pasqua, l’illusione della primavera, le pulizie di fino e, a breve, l’anniversario del disastro di Rana Plaza.

Il 24 Aprile 2013, per chi non lo sapesse, Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani crollò a Savar, in Bangladesh, trascinando giù tra le sue macerie anche le vite di 1129 vittime. Si trattava di 1129 lavoratori impiegati nel campo tessile, a cui vanno a sommarsi 2515 feriti miracolosamente estratti ancora in vita dal palazzo.

Ci sono svariati elementi da tenere in considerazione quando si parla di “Rana Plaza”. Non si tratta solo del più grande incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile mai documentato, né si può parlare di questa questione unicamente come del più letale cedimento strutturale nella storia moderna.

Ciò che più colpisce di Rana Plaza è che i dipendenti delle fabbriche tessili furono gli unici a non essere stati sfollati dall’edificio. Ciò che colpisce è che i vestiti che producevano quei lavoratori, con salari di 38 dollari al mese, non venivano immessi sul mercato locale, ma riempivano gli scaffali delle più floride catene di vestiario occidentali. Ciò che colpisce, è che i proprietari delle fabbriche tessili che intimarono i dipendenti di presentarsi sul posto di lavoro, nonostante lo stato di allarme annunciato in seguito alle profonde crepe emerse nell’edificio, rispondevano direttamente a quei grandi brand fin troppo noti a noi del “Primo Mondo”.

Rana Plaza ha cambiato la storia, non solo di quei centinaia di morti e delle loro famiglie, ma anche quella del mercato globale, dell’etica del consumatore, della produzione consapevole. Con Rana Plaza il termine “Fast Fashion” (termine che descrive un tipo di vestiario caratterizzato da tempi di produzione molto brevi- permessi da ritmi di lavoro estenuanti – venduto a prezzi altamente competitivi -garantiti dall’impiego di materie prime di scarsa qualità, il cui smaltimento risulta altamente inquinante) è passato sulle labbra di migliaia di persone, stanche di appartenere a una società che si nutre di lucro, che del colonialismo ha cambiato solo il nome, ma ha mantenuto le pratiche di sfruttamento intensivo delle risorse, che ci fa cullare nel nostro privilegio. Una società che ci riempie la testa di pubblicità che ci insegnano che ciò che indossiamo conta, ma chi lo ha prodotto no, non vale niente.

In vista della ricorrenza del 24 Aprile, noi del Tucamingo abbiamo deciso di dedicare l’intero mese al mercato etico, ai diritti umani e alla salvaguardia dell’ambiente. Sarà un mese intenso in cui verranno pubblicati articoli ricchi di informazioni, con l’obiettivo di far maturare nelle nostre Tucamingirls e nei nostri Tucaminguys una maggiore consapevolezza. Vi proporremo interviste e spunti per fare la differenza, nel vostro piccolo, con la coscienza di non poterci permettere di fare altrimenti.

Viviamo in un mondo che a breve non saremo più in grado di chiamare “casa”. Abbiamo dato il via ad un processo di decadimento i cui sintomi sono molteplici. Abbiamo l’obbligo morale di aprire gli occhi e cambiare le cose, a vantaggio nostro, del nostro ecosistema e di chi a causa del nostro stile di vita vive nella violazione dei più basilari diritti umani.
Innescare un meccanismo inverso dovrà essere l’imperativo categorico di ciascuno di noi, senza aleternative, da qui in avanti.

Il Capybara Femminista 

Latte e biscotti con Sveva Basirah

Latte e biscotti con Sveva Basirah

2405119A-3DCC-499F-9528-4EAE898268E71. Chi sei?

Sono una femminista, una femminista islamica, una musulmana (convertita) italiana. Faccio volontariato insegnando la lingua e gestendo/aiutando nei doposcuola da ormai diversi anni, allo stesso modo sono un’attivista per la questione LGBT+, l’antirazzismo e milito contro le oppressioni, le violenze e le diseguaglianze legate al genere (così forse è riduttivo). Scrivo per blog, giornali online e associazioni, tengo workshop e incontri sui temi che tratto e cerco di far risuonare le lotte delle compagne e dei compagn* per l’autodeterminazione e diritti nel mondo. O almeno, faccio del mio meglio. Da buona livornese amo il mare e faccio apnea, da figlia d’una città meticcia ho interesse per paesi, danze e culture del mondo, in particolare circa medioriente e mediterraneo.

2. Come sei diventata musulmana?

Diversi anni fa partecipavo ai progetti di doposcuola della Comunità di Sant’Egidio, ho insegnato e dato una mano per più o meno due anni e mezzo, un lasso di tempo abbastanza intenso. Ho avuto l’opportunità di conoscere famiglie nordafricane e centrafricane che mi hanno fortemente incuriosita e spinta a indagare le loro culture e l’Islam, la loro religione. Partivo da agnostica, anche se ero stata un’atea convinta (ancora attribuisco il mio ateismo acido all’influenza negativa e entrante di un amico invasato, ma chissà), e la mia indifferenza al tema ha cominciato a traballare. L’Islam è stata l’unica religione a cui mi sono sentita più vicina e che mi è sembrata credibile, tenendo conto dei contesti e delle particolarità strabilianti, come la perfetta cadenza dei versetti o l’affinità alla scienza. All’inizio, comunque, non capendo cosa il Sacro Corano comunicasse, completamente inesperta sotto qualsiasi punto di vista, mi spaventai moltissimo già a legger d’Inferno e di scontri bellici. Studiando, ho assolutamente cambiato il mio punto di vista.
Ho recitato la testimonianza di fede (shahada) il 28 agosto 2015, in uno dei periodi complicati della mia vita, al secondo piano del negozio del mio ex (che all’epoca non era ancora violento come si è dimostrato essere da lì a poco, e la sua presenza apparentemente utile mi aveva fatto credere che sarebbe stato il momento giusto di darsi la spinta verso la conversione). Assolvendo, così, ad uno dei pilastri della mia fede.

3. Come si vive da musulmana convertita? Pensi che il fatto di essere italiana e di aver scelto la conversione ti esponga di più o di meno al pregiudizio rispetto alle donne che crescono nella cultura islamica o non c’è differenza?

Un po’ di merda, tutto sommato a Livorno vivo in maniera decente ma di certo non in altre città italiane e su Internet – mezzo con cui, purtroppo o per fortuna, lavoro moltissimo. Non credo sia una questione di “più o meno esposizione”, quanto di “diversa considerazione”. Una musulmana immigrata o figlia di immigrati è considerata un’estranea, nemica, la complice degli uomini islamici bruti e invasori. Il razzismo si fonde con l’islamofobia, la xenofobia, la misoginia e l’ignoranza assoluta e barbara riguardo ai temi della teologia, dell’antropologia, delle migrazioni e così via.
Di me, italiana convertita all’Islam, dicono che sia una “traditrice della patria”. “Peccato che sei passata dalla parte dei loro”, mi disse un passante dopo avermi fatto, di punto in bianco, alcune domande per strada, facendomi capire qual è l’etichetta che mi è riconosciuta dalla società: simpatizzante dei terroristi e potenziale fanatica.
Senza contare, che sono improvvisamente diventata una pazza, un’oppressa senza marito oppressore, un po’ per la scelta dell’Islam e un po’ per la scelta di studi progressisti e femministi riguardo l’Islam che istigano l’ira funesta degli atei più fondamentalisti (e lontani dall’ateismo).

Sembra davvero normale a tutti presupporre, e dirmelo con nonchalance, senza neanche aver chiesto il mio nome o se gradisco una qualsiasi forma di conversazione, che se sono musulmana sarà sicuramente per via di mio marito. “E’ tunisino? Ah, no? Marocchino?”. Vista la scarsa considerazione che tutti hanno della capacità d’intendere e di volere delle donne, pare sia matematico che una donna adotterà la religione del compagno e sembra invece assurdo pensare ad una scelta autonoma e riflettuta. Anche se casi di “finte conversioni” o di conversioni psicologicamente forzate esistono, gli italiani con la loro supponenza e ignoranza tendono a normalizzarli.

Per quanto riguarda i musulmani, spesso ho incontrato personaggi – principalmente uomini – che hanno tentato di “correggermi” e “salvarmi” dai miei discorsi abominevoli riguardo i ghei e le donne, di ravvedermi, di ricordarmi che le mie nudità nella danza orientale provocano la comunità dei fedeli (Ummah) e creano conflitto e corruzione dell’Islam (fitna). Tutta questa benevolenza nasce dal pensiero “è già buono che si sia convertita, un passo alla volta diventerà una vera musulmana”, ma è un pensiero ristretto e arido, senonché un po’ stronzo e maschilista. Sono stata brutalmente insultata da convertite e convertiti e persone nate in famiglie musulmane, visto che mi ostino ad essere, per loro, una “musulmana fai da te”. Tutto lo schifo che mi arriva addosso e a cui mi sono esposta semplicemente esistendo non differisce molto dalla violenza riversata su tutte le altre donne musulmane, è la stessa sbobba maschilista che si riadatta come l’acqua fa prendendo la forma dei contenitori in cui viene versata.

4. Te la senti di parlarci della tua scelta di indossare l’hijab? Perché hai deciso di metterlo e cosa significa per te?

Teologicamente parlando, non trovo motivi per cui dovrebbe essere considerato obbligatorio, giacché il Corano nomina un altro tipo di indumento e che non sono granché seguace degli hadith, come molti altri musulmani coranisti (narrazioni di e sul Profeta, pace e benedizioni su di lui). Il mio velo è portavoce del mio credo, un simbolo intimo della mia identità e una manifestazione politica su una testa pensante. Inizialmente lo indossai per confermare la mia nuova identità di musulmana praticante, senza mai essere rigida sul modo di portarlo, ma facendo ancora più mio quel “segno distintivo” abbinandolo al mio abbigliamento e al mio umore, fino a trasformarlo in una parte integrante e insostituibile di quello che sono. Sono sempre stata molto fiera della mia fede e sono fiera di poter sfoggiare il mio credo.
Con l’attivismo, soprattutto recentemente, ho riscoperto il mio velo e il mio corpo come dei mezzi di comunicazione importanti, nel particolare e politicamente parlando. Il mio velo e il mio aspetto mi presentano e dicono qualcosa su di me ogni volta che cammino per strada o parlo con qualcuno o davanti a un pubblico. Chi mi riconosce come musulmana progressista e femminista islamica sa che nel mio velo non albergano interpretazioni maschiliste o sessiste (tant’è vero che se fossi uomini di sicuro porterei la barba!), ma piuttosto la volontà di sottomettermi a Dio e nessun altro.

5. Oltre ad essere musulmana, sei anche un’attivista femminista e questo viene spesso interpretato come un ossimoro: ti va di spiegarci perché non lo è e in cosa consiste il femminismo islamico?

Il femminismo islamico è un movimento di valorizzazione e riadattamento alle società odierne dei diritti delle donne promossi dall’Islam e di re-interpretazione e contestualizzazione di concetti distorti nel tempo e nello spazio da autorità religiose e comunità islamiche fortemente maschiliste e patriarcali, concetti e precetti del Corano e della Sunna (seconda fonte dell’Islam, composta da più di 500 hadith, raccolti 200 anni dopo la morte del Profeta). Nasce nei paesi islamici in risposta all’oppressione religiosa e culturale e oggi vanta esponenti da tutto il mondo, come la teologa statunitense Amina Wadud, la scrittrice marocchina Fatima Mernissi e il fondamentale legislatore e scolaro Tahar al-Haddad in Tunisia.

Questo femminismo contestualizza l’Islam, cerca di estrapolarne i concetti nell’ottica dell’eguaglianza (e di materiale ce n’è!) e traccia una “evoluzione” della fede e dei precetti, studia e analizza espressioni o parole che sottolineano nuove sfumature dei versetti.
L’Islam, portò 1438 anni fa alle donne dell’Arabia Saudita e del mondo dei nuovi diritti e si fa colma di donne disparate e dalle grandi personalità: Maryam, la nostra Maria, Khadija, ricca e colta imprenditrice e prima moglie di Muhammad (a cui lei stessa chiese la mano), Aisha, la donna saggia quanto spavalda, Saffiya, la moglie ebrea che decise liberamente di convertirsi, Fatima, figlia del Profeta, che guidava le preghiera. Gli stessi hadith sono vicini alle donne, anche se ne circolano alcuni allucinanti e per niente in linea con la parola coranica. L’Islam permette alle donne il divorzio, il diritto di ereditare e a godere dei piaceri del sesso con lo sposo. Questi sono solo alcuni dei motivi che giustificano e danno senso al femminismo islamico.

6. Parlando del tuo attivismo, ti va di parlarci un po’ di Sono L’Unica Mia.? Che cos’è? Come è nato? Che tipo di lotta portate avanti?

Sono l’unica mia. è partito come un blog personale, ma si è subito sviluppato, grazie alle mie compagne, in un progetto più ampio. Oggi siamo tante a fare articoli e ricerche sul femminismo intersezionale e ad Ottobre il progetto compirà 3 anni. I temi che trattiamo sono davvero molti: spaziano dall’autodeterminazione e condizione della donna nel mondo alla questione LGBTQIA+, dal dialogo interreligioso alla questione odierna del Medioriente, dall’arte alle battaglie come quella per lo Ius Soli. Facciamo una particolare attenzione al mondo “islamico” e alle migrazioni, ma questo non ci impedirà, per dirne una, di parlare del diritto all’aborto in Polonia!
Presto diverremo anche un’associazione di volontariato che ha in progetto workshop, laboratori, raccolte fondi, promozioni di eventi e molto altro.

7. C’è un messaggio che ti piacerebbe lasciare a chi ti sta leggendo?

Non siate swerf, né terf, né “musulmane escludenti”.
Siate intersezionali davvero.

Come avete avuto l’occasione di scoprire, Sveva Basirah è una donna meravigliosa, un’ispirazione grandiosa quindi il messaggio che vi lascio io è di seguire il suo fantastico lavoro su Sono L’Unica Mia.!

La Mucca Intellettuale

Da grande sarò Margaret Mead

Da grande sarò Margaret Mead

IMG_9710La prima volta che incontrai, innamorandomene follemente, il personaggio della meravigliosa Margaret Mead, fu incrociando il suo nome tra le pagine del libro di un’altra donna altrettanto meravigliosa: Gloria Steinem. In “Revolution from Within”, opera che ogni essere umano dovrebbe leggere ALMENO una volta nella vita, Gloria parla della Mead nel capitolo dedicato al corpo umano, interpretato come mezzo e specchio del nostro apprendimento. Dopo aver introdotto l’idea per cui “La libertà di esplorare l’ambiente in cui viviamo e di sviluppare le nostre capacità corporee stimola lo sviluppo intellettuale”, Gloria trova un esempio della veridicità di questa tesi proprio in Margaret Mead.

Margaret venne infatti cresciuta dalla madre, una sociologa, e dalla nonna paterna, un’insegnante innovativa e libera pensatrice, dalle quali venne sempre incoraggiata ad esplorare il mondo circostante, sporcandosi e facendo disordine, come ogni bambina dovrebbe avere il diritto di fare. Margaret veniva, però, anche trattata “come un’adulta”: ogni giorno veniva informata sui fatti salienti appena avvenuti, veniva interpellata affinché condividesse la sua opinione e il suo punto di vista era tenuto in considerazione nella risoluzione di vari tipi di faccende. Come risultato, a otto anni, Maggie , dopo aver studiato l’arte della falegnameria, aveva già costruito un telaio sul quale tesseva arazzi, riprendendo i disegni da lei realizzati. Apprendeva l’aritmetica e la scomposizione sillabica utilizzando schemi ritmici che integravano mente e corpo, praticava danza, sport e intrecciava ceste. Come ci riporta Gloria Steinem, ancora bambina “Poteva immaginare l’aroma di un colore e descrivere il sapore di una stanza […] poteva effettuare passaggi dalla sfera conscia a quella inconscia. Poteva decidere cosa sognare e servirsi di questa capacità per risolvere molti problemi”.

Sfruttando tutte queste doti, Margaret si affermò professionalmente quando aveva solo vent’anni e, grazie ai suoi studi nel campo dell’antropologia, non solo furono gettati dei ponti indelebili tra diverse culture, ma venne per la prima volta affermata l’dea per la quale i ruoli di genere, negli anni ’20 chiamati “temperamenti”, non rispondessero a delle dinamiche naturali o biologiche, bensì sottostessero a influenze culturali.

La Mead esplorò il fenomeno dei ruoli di genere, in particolare, presso tre popolazioni della Nuova Guinea ( i risultati di queste ricerche sono raccolti nell’opera “Sesso e temperamento” della stessa M. Mead, ovviamente). In queste tre popolazioni i ruoli sociali incarnati da maschi e femmine erano ben diversi da quelli stereotipacamente concepiti nel mondo occidentale, andando di conseguenza a mettere in discussione la teoria che vedeva nel ruolo di genere, o temperamento, un dato biologicamente stabilito. Presso gli Arapesh, ad esempio, il comportamento pacifico, mite e sottomesso che nella nostra cultura viene associato alle fanciulle, era indifferentemente e largamente incarnato tanto dagli uomini quanto dalle donne, mentre i Mundomugor, indipendentemente dal sesso biologico, manifestavano comportamenti aggressivi, irascibili e assertivi che ricordano lo sterotipo del ‘macho’ occidentale. Una situazione ancora più curiosa veniva presentata dai Ciambuli, invece. Presso questa società i maschi erano soggetti vanesi, che impiegavano il tempo prendendosi cura dei loro corpi e della loro estetica e che nella comunità si occupavano delle rappresentazioni artistiche e teatrali. Le femmine, oltre ad occuparsi dei bambini di entrambi i sessi, vivevano in case comunitarie e svolgevano attività come la pesca, l’artigianato e l’allevamento dei maiali. In questa civiltà le differenze tra uomini e donne, che sembrano quasi l’inversione dei ruoli concepiti nei paesi di cultura europea, si manifestano, a detta della Mead, tanto esteriormente, quanto interiormente, infatti: “ Tutto l’abbigliamento femminile era spartano, austero, a cominciare dai capelli rasati; quello maschile era elaborato, con acconciature pesanti e barocche fatte di riccioli e impreziosite da ornamenti. Le donne stavano allegre, gli uomini erano spesso imbronciati e impermaliti”.

Queste osservazioni liberarono definitivamente la mente frizzante di Margaret dalle aspettative sociali del suo tempo e la portarono a condurre, senza vergogna, una vita sentimentale appagante e una ricerca intellettuale produttiva. Ebbe tre mariti, dai quali puntualmente divorziò, per poi intrattenere una relazione amorosa con un’altra antropologa: relazione rimasta segreta fino alla sua morte e scoperta solo dopo il ritrovamento di intense lettere d’amore dal grande valore letterario.

Anticipando gli studi di genere di circa 50 anni, Margaret, con le sue scoperte, fece un regalo al mondo dell’antropologia e a uomini e donne tutti. Si fece largo in un ambiente accademico ostile e difese sempre le sue opinioni con tenacia dagli attacchi di critici sessisti e misogni che, manifestando una mal celata insopportazione per le figure femminili emancipate, temevano le ripercussioni di teorie così all’avanguardia. Per la sua passione, la sua creatività e l’impatto che i suoi studi ebbero sulla realtà socio-culturale che la circondava, Margaret è la mia eroina e, ora, immagino sia anche la vostra.

Il Capybara Femminista