Tucomingout #11 – La “Transfobia” uccide

Tucomingout #11 – La “Transfobia” uccide

IMG_8001Nelle notti appena passate, in tutto il mondo sono state accese migliaia di fiaccole, decine e decine di candele, perché la “transfobia” uccide. Nelle notti appena passate, centinaia di famiglie hanno ricordato le morti violente dei loro figli, delle loro figlie, delle loro sorelle o dei loro fratelli, perché la “transfobia” uccide.

Nelle notti appena passate, cisgender e LGBT di ogni paese hanno stretto le loro braccia intorno a quella T troppo spesso in pericolo. Hanno preso per mano quei e quelle transgender che lottano quotidianamente contro i demoni dell’oppressione, del bullismo, del cyber bullismo, del mercato del sesso e dell’esclusione. Hanno alzato la voce per pretendere una società più inclusiva e meno violenta e ne hanno ribadito l’urgenza, ricordando le vittime di “transfobia” che sono rimaste uccise da mani vigliacche nel corso dell’ultimo anno.

Oggi, in occasione del Transgender Day Of Remembrance, chiedo a tutti i lettori e le lettrici del tucamingo di condannare qualsiasi tipo di violenza, di farsi avanti per le minoranze, di scrollarsi di dosso il mantello dell’ignoranza e di realizzare che, senza dubbio alcuno, alla base della così detta “transfobia” stanno anche i ruoli di genere.

Alla luce di questa convinzione vi chiedo di impegnarvi giorno dopo giorno per smantellare l’idea per cui un uomo vale meno se “non tira fuori le palle” e una donna vale di più se “si veste da signorina”. Vi chiedo di smettere di pretendere da voi stessi di essere più “maschi” se nulla in quella svilente definizione di “maschio” può davvero dare voce a ciò che c’è dentro di voi; vi chiedo di evitare di scrivere quel commento offensivo, di ripensarci prima di premere il tasto “invio”; vi chiedo di puntare il dito una volta in meno e di aprire le orecchie una volta di più. Vi chiedo di sganciarvi dai cappi del sessismo e del pregiudizio e di essere pronti a dare a chiunque la possibilità di stare bene con se stessi, se questo non comporta fare male a qualcun altro. Vi chiedo di realizzare quanto pericolose possano essere certe idee, certe società, certe persone. Vi chiedo di condannare “omofobia” e “transfobia”, di farlo senza “se” e senza “ma” e vi chiedo di scendere in piazza questa notte per unirvi alla fiaccolata per il TdoR più vicina a voi.

Come ultima cosa, vi chiedo di aprire questo file e di leggere il nome delle vittime transgender assassinate nell’ultimo anno e il modo barbaro in cui sono state uccise. Vi avverto: vi prenderà molto tempo.

https://tdor.info

RIP

Il Capybara Femminista

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Da grande sarò Barbie Hijab

Da grande sarò Barbie Hijab

635E6E36-ECD6-44C9-A1EF-EAC0296CBB02No, nel caso ve lo steste chiedendo, non ho la minima intenzione né di mettermi un hijab né di diventare la più bella bambola di plastica della storia nella speranza di andarmene in giro per il mondo con mini limousine rosa a diventare la migliore in qualsiasi professione possibile.

Però di Barbie Hijab bisogna parlare.

Perché? Perché non è una semplice bambola, è una rivoluzione che porterà sempre più bambine a vedersi rappresentate ed è il minimo che la Mattel potesse fare viste le ultime campagne inclusive. Ma soprattutto, bisogno parlarne perché Barbie Hijab porta il nome di una vera e propria eroina.

L’ultima bellissima Barbie, infatti, non è uscita dal nulla, ma è ispirata alla fantastica Ibtihaj Muhammad, un’atleta afroamericana musulmana che sta rivoluzionando per sempre il volto dello sport statunitense e l’immagine che il mondo ha delle donne musulmane.

Andiamo con ordine e scopriamo di chi si tratta.

Ibtihaj Muhammad è nata trentadue anni fa da una famiglia afroamericana convertita all’islam che, udite udite, non l’ha rinchiusa nello scantinato dandole da mangiare teste di pesce e insegnandole a fare le faccende di casa come tutti sanno che gli islamiki fanno con le donne, ma l’hanno mandata a scuola, permettendole, così, di arrivare ad ottenere una doppia laurea: in Relazioni Internazionali e in Studi Africani e Afroamericani.
Aaaaaah, questi muzlim che sottomettono le donne…

Ad ogni modo, Ibtihaj decise fin da giovanissima che due lauree non le sarebbero mai bastate e, all’età di 13 anni, iniziò a praticare scherma: uno sport che, non solo ha una classe infinita, ma permette anche di includere comodamente l’hijab (il tradizionale velo che le donne musulmane utilizzando per coprire il capo) nella divisa.
Senza mai scoprire i capelli, Ibtihaj Muhammad è riuscita così a diventare la prima musulmana americana a rappresentare gli Stati Uniti alle Olimpiadi, nonché la prima atleta donna musulmana a vincere una medaglia per gli States, un bronzo, per la precisione.

Oggi è la seconda migliore atleta in USA per quanto riguarda la scherma (l’ottava nel mondo), la vincitrice di numerose medaglie, la proprietaria di un brand di abbigliamento e un’ambasciatrice per i messaggi positivi portati avanti con lo sport e l’educazione tra i quali vi sono, primi tra tutti, tolleranza ed inclusione.

E sì, è appena diventata anche l’ispirazione di migliaia di bambin*, musulman* e non, in tutto il mondo e noi non potremmo essere più orgogliose di lei!

La Mucca Intellettuale

Tucomingout#10 Maschio o femmina? No.

Tucomingout#10 Maschio o femmina? No.

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Per questo Tucomingout ho deciso di raccontare, nella speranza di farla conoscere e di liberarla dallo stigma che la opprime, di una delle minoranze più dimenticate all’interno della sigla LGBTQIA: la I.

I sta per intersex.

Affinché risulti comprensibile quello che dirò da qui in poi, ho bisogno di chiedervi un piccolo sforzo mentale che potrebbe non essere una passeggiata. Immaginatevi in sala parto: una nuova vita è approdata su questa meravigliosa Terra e ci sono da decidere due cose: il nome, di cui non ci frega niente perché se la vedono i genitori, e il sesso, che è il nostro tema di oggi, quindi ci concentreremo su questo. Quante opzioni abbiamo? Due, giusto? Si guardano i genitali della creatura e se c’è un pene fiocco azzurro, vagina fiocco rosa (in realtà quello che si vede da fuori sono le grandi labbra, ma non è questo che ci interessa).

Se oltre ai libri di endocrinologia, durante i secoli passati alla facoltà di medicina, avete letto anche il Tucamingo, sapete meglio di me che, qualsiasi cosa abbia tra le gambe questo dono del cielo, qualunque lettere voi decidiate di mettergli sul certificato di nascita, sarà libero, in futuro di esprimere la propria identità di genere a prescindere da tutto, anche a prescindere dal fatto che le opzioni considerate al momento della nascita erano soltanto due, perché il genere non è binario, giusto?

E se neanche il sesso fosse binario?

Ed ecco che arriviamo al nostro discorso.

Se, da una parte, si sta riuscendo sempre di più ad accettare identità di genere che vanno oltre il binario maschio-femmina (genederfluid, agender, bigender, ecc: non preoccupatevi, se queste parole vi suonano aliene, ci preoccuperemo di fare chiarezza su ognuna di esse), difficilmente si riesce ad accettare che le opzioni per l’assegnazione del sesso al momento della nascita siano più di due, ma, che piaccia o no, c’è almeno una terza possibilità: la nostra I.

Da dove arriva questa I?

La risposta a questa domanda è molto complessa, perché complesse sono la formazione del sesso durante la gestazione e l’assegnazione del sesso, quindi ora facciamo un patto: io semplifico al massimo un pippone di quattromila pagine sul libro di biologia che mi sono messa a studiare al vostro posto e voi mi promettete, croce sul cuore, che non crederete MAI che queste siano le uniche informazioni in merito e che approfondirete l’argomento.

Dunque, andiamo con ordine.

Durante la gestazione, tutti gli embrioni e i feti presentano le stesse caratteristiche standard che suggeriscono che nell’utero materno si sta formando una futura persona e non una sorta di alien. Questo vale anche per i caratteri sessuali che, a prescindere dal sesso del* nascitur*, partono dalla medesima struttura, che può svilupparsi in due modi differenti dipendentemente dall’ultima coppia di cromosomi presente nel patrimonio genetico del feto: se la coppia è XX, la struttura iniziale diventa sempre più complessa fino a dare vita all’apparato riproduttore femminile completo di utero, ovaie, vulva, vagina e quant’altro; se la coppia è XY, interverranno alcuni fattori che reindirizzeranno lo sviluppo della struttura verso l’apparato riproduttore maschile con pene, testicoli e tutto il resto.

Ed è proprio a questo punto che si inserisce una terza possibilità. Quello che succede, nella formazione dei caratteri sessuali di una persona intersessuale, è che il risultato non è così chiaro. Questo, chiaramente, dipende da come procede lo sviluppo della struttura iniziale, quindi anche dai cromosomi presenti nel DNA del feto, che possono presentarsi in combinazioni diverse e più varie rispetto alla semplice dicotomia XXfemmina-XYmaschio.

Dunque, cosa accade a questo punto?

A questo punto scopriamo che la creatura che aspettavamo con ansia in sala parto è proprio un esempio di intersessualità. Che si fa?

Innanzitutto c’è da dire che i genitali esterni non sono l’unico criterio su cui si basa l’assegnazione del sesso, che, invece, prevede più livelli e va a guardare anche al cervello, alle gonadi, ai cromosomi, al corpo, quindi la ricerca può essere approfondita in modo da dare una definizione più accurata possibile (ammesso che darne una sia sempre la cosa migliore da fare).

Ma, se passassimo dall’esempio alla realtà, cosa succederebbe?

Beh, qui si spiega cosa intendevo all’inizio con stigma.

Poiché quello che si presenta davanti ai medici è un apparato genitale non perfettamente chiaro, ma anche la necessità di definirlo secondo uno o l’altro degli estremi, ciò che spesso avviene è che molt* bambin* subiscono delle vere e proprie mutilazioni genitali, ovviamente contro la loro volontà.

Di solito, il sesso che si decide è quello femminile perché è la diretta “evoluzione” della struttura iniziale degli organi sessuali, ma io direi che in questo c’è anche una buona dose di machismo: se anche quello fosse un pene, sarebbe troppo piccolo per essere considerato tale, quindi lo renderemo un clitoride.

Per quanto barbara questa pratica vi possa sembrare, ci tengo a ricordarvi, che la maggior parte dei Paesi del mondo non la pensa così e preferisce definire secondo un sesso o un altro, anche a costo di infliggere una violenza tale ad un* neonat*, piuttosto che consegnare un certificato di nascita intersex, dei quali esistono pochi casi al mondo.

Questa storia deve finire, la validità delle persone intersessuali deve essere riconosciuta una volta per tutte, lo stigma deve scomparire, il diritto all’autodeterminazione deve essere garantito e l’inciviltà delle mutilazioni genitali deve essere resa illegale una volta per tutte!

La Mucca Intellettuale

 

“Gesù Cristo sono io”, ma agli Italiani non frega niente

“Gesù Cristo sono io”, ma agli Italiani non frega niente

IMG_7836Vuoi perché siamo rimasti stregati dal suo fascino indie e dal suo accento siciliano, vuoi perché “Sei un pezzo di me” è stato uno dei tormentoni più canticchiati dell’estate o perché, facendo zapping, ce la siamo ritrovata in televisione in prima serata, Levante la conosciamo ormai un po’ tutt*.

Levante, pseudonimo di Claudia Lagona, ha alle spalle tre graffianti album in cui la sua voce unica e le parole delle sue canzoni hanno ammaliato tanti fan e hanno portato alla riflessione, mi auguro, anche gli ascoltatori più passivi e distratti. Il successo le è arrivato, probabilmente, proprio nel 2017 dopo l’uscita di “Non me ne frega niente”, canzone che tutti gli italiani e le italiane si sono ritrovat* in testa almeno una volta!

“Non me ne frega niente”, oltre ad un ritmo catching e un curioso video musicale, ha un testo polemico e all’avanguardia: Levante, nell’interpretare la canzone, sembra parlare dal punto di vista di quell’italiano medio che si interessa ai fatti superficialmente o non si interessa affatto, che reagisce alle disgrazie condividendo fake news su Facebook e che in piazza a dire la sua sicuramente non ha voglia di scendere. Insomma, una bella ramanzina formato indie rock.

Ma il focus di questo articolo vuole essere un’altra canzone. Canzone ugualmente incentrata sull’impegno sociale, ma che va ben oltre la ramanzina e sfocia nella più diretta denuncia. “Gesù Cristo sono io” descrive la realtà dell’ennesima donna preda di una relazione abusiva e violenta, sia a livello psicologico che a livello fisico.

<<Gesù cristo sono io
Tutte le volte che mi hai messo in croce
Tutte le volte che sei la regina
E sulla testa solo tante spine>> dice infatti la prima strofa, riuscendo a descrivere la complessità di questo tipo di relazione con il riferimento alla comune oscillazione dell’uomo violento tra due poli opposti: quello che prima mette la vittima in croce e quello che poi vorrebbe innalzarla a regina.

Qualche strofa più giù troviamo un altro passo azzeccatissimo. La donna vittima che si convince, talvolta, che portare pazienza e sopportare siano le mosse più giuste, mosse che richiedono tanta forza interiore e che effettivamente portano molte donne a non riconoscersi nella descrizione mainstream della donna sottomessa fornita persino dalle campagne di sensibilizzazione.
<<Gesù cristo sono io
Moltiplicando tutta la pazienza
Avrò sfamato te e la tua arroganza
Forse ti ho porto pure l’altra guancia>>.

Tutto quanto narrato da Levante giunge fortunatamente ad una fine: nelle strofe finali possiamo capire che la donna in questione lascia la sua casa , “il sacro tempio” e fugge lontana dal “demonio nella testa”. Ed è proprio in questo epilogo positivo che si motiva la scelta del titolo: come Gesù cristo, la donna vittima è stata ingiustamente punita, ma come quanto riportato dalla Bibbia, anche lei ha trovato il suo modo di risorgere.

Insomma, la canzone è una figata e mi sembra anche scontato che Levante l’abbia prodotta: non mi meraviglia, infatti, che una cantautrice con un occhio di riguardo per la situazione socioculturale in cui siamo inseriti arrivi a scrivere di uno dei fatti di cronaca che, per quanto mi disgusti ammetterlo e per quanto mi salga la rabbia pensandolo, più spesso sentiamo passare in televisione negli ultimi tempi.

Levante ha trovato il suo modo per denunciare quella che è a tutti gli effetti una piaga sociale voluta dal sistema, in un periodo storico in cui questa lotta dovrebbe diffondersi e arrivare finalmente a un punto di stop. Eppure, come lei stessa ha comunicato ai fan qualche giorno fa, una radio italiana ha deciso di non passare questa canzone dal contenuto, a detta loro, troppo controverso.

Ecco qui un’altra occasione mancata di farsi un esame di coscienza. Ecco qui che un’altra fettina di umanità che ha deciso di non mettersi in discussione e di non fare passi avanti. Ecco qui quelli del, mi viene da pensare, “chiamiamoli omicidi”, quelli del “ma come eri vestita?”, quelli del “non me ne frega niente”.

Il Capybara Femminista

 

Qualcuno pensi ai Millennials!

Qualcuno pensi ai Millennials!

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Piccola premessa: io parlo di Millennials perché è la mia generazione, ma gran parte di quello che dirò potrà facilmente essere applicato anche alle (poche) generazioni successive e la sociologia mi perdonerà se non ricordo il nome che ha scelto per definirle.

Detto ciò, direi che si può iniziare con una definizione (non scientifica è solo per intenderci), così capite anche perché ne parlo e perché sono arrabbiata.

Chi sono questi Millennias? I Millennials sono la Generazione y, quelli venuti dopo la molto più famosa Generation x, sono i nativi digitali, la Net Generation, quelli sempre connessi, la generazione del nuovo millennio, quelli che stanno crescendo a cavallo tra due secoli e due millenni, quelli che –con ogni probabilità- stavano guardando La Melevisione quando è stata interrotta per dare la notizia dell’attentato dell’11 settembre.

Siamo i giovani del terzo millennio, nati, per intenderci, tra la fine degli anni ’80 e la fine dei ’90 (se volete orientarvi: qui parla la classe 95). Siamo gli stramaledetti “giovani di oggi”.

Ora, visto che, immagino, nessuno ha capito perché ho sentito il bisogno di riportare qui il mio arrabbiatissimo pensiero in merito, andiamo con ordine.

Ieri sera guardavo per l’ennesima volta, con la mia mamma, Matilda 6 mitica e mi ha colpita particolarmente una frase della Signorina Trinciabue che potrebbe essere applicata a troppi rappresentanti delle generazioni precedenti: “Io sono nata grande!”

La Signorina Trinciabue odia i bambini e ci tiene a sottolineare che lei non è mai stata una di loro. Come voi.

Chi sono questi voi? Voi che siete, per puro caso, nati una o due generazioni prima e ora che siete i nostri genitori o insegnanti, vicini di casa, conoscenti, a volte siete i nonni dei nostri figli e non perdete un’occasione per ricordarci quanto siamo allo sbaraglio noi “giovani di oggi”.

Certo, la generazione precedente ha sempre avuto da lamentarsi di quella successiva: ragazzi senza valori, durante la guerra…, io alla tua età…, ai miei tempi… e di solito seguivano storie di inumana crudeltà perché è legge universale che, in qualsiasi periodo storico tu sia nato, vent’anni prima si mangiavano carcasse di topo e si faceva il rosario nella speranza di non infettare gli altri 224 fratelli con la peste bubbonica che ti eri beccato. E perché è vero, ci sono generazioni che hanno fatto la guerra, quindi non possiamo aspettarci di meglio.

Ma al di là del fisiologico scontro generazionale, non vi sembra di averci riservato un trattamento un po’ troppo duro per colpe che non abbiamo?

Parlo spesso con “voi” e mi capita altrettanto spesso di riscontrare un astio inspiegabile.

Avete tutti la ricetta giusta per rimetterci in riga: ci vuole il militare! Senza offesa, ma la leva obbligatoria ha tirato su voi, che ora state seduti al tavolino del bar molestando sventurate minorenni che si trovano a passare di lì e lamentandovi di come i giovani siano molli e incapaci, io non mi sento di definirlo un successo. Inoltre, vorrei invitarvi a prendervi le vostre responsabilità: questi ragazzi senza educazione né valori sono i vostri figli, se ritenete che il risultato sia scadente, fatevi un esame di coscienza.

Siete tutti ministri dell’istruzione e sapete bene che, per risolvere i problemi della scuola, ci vogliono le maestre che tirano bacchettate sulle mani e madri che, se ti azzardi a lamentarti, “ti danno il resto”. No, gente, non funziona affatto così.

La scuola non propone un modello educativo valido perché il sistema che prevedeva un patto tra Stato, famiglie, scuole e studenti è crepato in più punti e in alcuni presenta voragini che sembrano impossibili da colmare. Partiamo col dire che i fondi per l’istruzione sono ridotti al minimo e questo ricade sugli insegnati che si ritrovano disoccupati o precari e che, quando riescono a prendere una cattedra, hanno poca voglia sia di svolgere un mestiere che non svolgono da anni perché hanno dovuto aspettare ere glaciali in graduatoria, sia di rischiare la galera per le denunce dei genitori se osano mettere in atto un qualsivoglia intervento educativo nei confronti di bambini e ragazzi. E perché c’è questo terrore? Perché i genitori davvero si scagliano facilmente contro i professori, sia perché sanno che nel corpo docente c’è chi le denunce se le merita o se le è meritate (e ancora insegna), sia perché pretendono un modello educativo umano per i propri figli, sia perché non hanno la minima idea di come si formi correttamente questo modello perché a loro volta non sono stati formati quando era il momento.

Quindi il risultato di questo angosciante circolo vizioso qual è? Lacune educative inquietanti e ragazzi lasciati allo sbando.

Ma voi continuate pure a dare la colpa alla tecnologia.

Oh, giusto, la tecnologia. Quanto non ci sopportate per questa faccenda della tecnologia, ma, hey, non è colpa nostra, davvero! Non volevamo nascere durante la guerra fredda sbagliata, a ognuno la sua: a voi USA vs URSS, a noi Microsoft vs Apple. E Samsung vs Apple. E Apple vs Apple. Maledetta Apple, ha rovinato i Millennials! (Se qualcuno sopra i cinquant’anni capisce la citazione mi rimangio tutto)

Davvero, basta dire che la tecnologia ci ha resi molli ed incapaci, basta dire che è colpa della tecnologia se non conosciamo l’umiltà e il valore delle cose e la dignità del lavoro. Se esistono ragazzi così, la colpa non è dello smartphone da cui stanno leggendo queste parole, ma di quello che a loro è arrivato dell’ambiente circostante, fatto di famiglia, scuola, coetanei, pubblicità, esperienze di cui probabilmente si pentiranno anche in poco tempo, ma sicuramente torneranno utili.

C’è da dire che la tecnologia, essendo il nostro ambito (per quanto non sappiamo davvero padroneggiarlo, ma questo è un altro discorso), vi ha fatto perdere quell’aura di saggezza che vi aspettavate di acquisire con l’età: per una volta sono i figli che insegnano ai genitori e questa cosa non vi va per niente giù. Però su questo voglio spezzare una lancia in vostro favore: apprezzo veramente tanto quando una persona si mette con umiltà ad imparare qualcosa e questo comportamento assume valore se messo in atto da chi supera i quaranta o i cinquant’anni e noi dovremmo effettivamente comprendere che darvi una mano in questo senso è il minimo che possiamo fare perciò LEZIONE 1: A nessuno nella vostra lista di amici su Facebook frega niente del fatto che vi siate svegliati e fatti il caffè (non ringraziatemi).

Si potrebbe andare avanti all’infinito con lunghissime liste di mancanze delle quali ci ritenete colpevoli, ma vi ho già rubato troppo tempo e ho occupato troppo spazio quindi, concludo con un appello: se solo provate a parlare a queste generazioni di incompetenti, vi renderete conto che parlate a dei ragazzi con grandi competenze in ambito tecnologico, estremamente attenti al pianeta, sempre più interessati alla condivisione (non solo virtuale), capaci di usare strumenti potenzialmente pericolosi come i social network per mandare messaggi positivi (un po’ come provo a fare io, ma meglio) e incredibilmente sensibili a temi quali la cultura, stili di vita salutari, l’incontro fra realtà diverse e la parità.

Tutto ciò che voi vedete è il nostro tentativo di sopravvivere ad un periodo storico composto esclusivamente di incertezze e poche speranze, in cui ci viene insegnato che il lavoro gratuito è una fortuna e che dovremmo ringraziare se qualcuno ci grazia con uno stage a pochi euro all’ora, in cui il terrore e l’instabilità sono all’ordine del giorno e le possibilità di sbloccare la situazione invivibile che ci avete consegnato sembrano sempre meno.

E se facciamo cagate, ricordatevi che lo sappiamo che in realtà voi non siete nati grandi.

Datecela un’occasione, vi assicuro che ce la meritiamo.

La Mucca Intellettuale

Da grande sarò Lisa Simpson

Da grande sarò Lisa Simpson

IMG_7689Ebbene sì, sto parlando proprio di lei. Di quella ragazzina gialla di otto anni con i capelli a forma di stella e gli occhi a forma di palla. Lei, che con la sua iconica famiglia ci teneva compagnia in pausa pranzo prima del rientro scolastico o ci intratteneva la sera, accasciati sul divano, aspettando che fosse pronta la cena.
Lisa Simpson non solo ci fa sorridere dal 1989, ma è da allora che ci dispensa pillole di saggezza, in nome della parità, della giustizia e del più grande favore che un essere umano potrebbe farsi: pensare con una mente aperta e libera dal pregiudizio.

Tra la fatica per gestire i dispetti del fratello maggiore Bart (per lei Babi), e l’impegno nel star dietro a spasimanti più o meno discutibili, Lisa ha offerto in moltissime occasioni un esempio da seguire a tante ragazzine che la guardavano.

Lisa si è scontrata in più di un episodio con gli stessi problemi che una pre adolescente affronta prima o poi nella vita: il bullismo a scuola, la competizione femminile, il primo amore, le paranoie sul peso e sulla forma fisica, dettati da una società che ci propina ideali di bellezza scandalosamente irrealistici. Lisa ha sempre trovato il modo più umano e verosimile di gestire queste difficoltà: subendole, all’inizio, come una qualsiasi ragazzina di otto anni, e ribaltandole poi dall’interno, denunciando senza paura quanto trovasse di sbagliato nella realtà che le stava intorno, come solo una supereroina saprebbe fare.

Passando ad esempi più espliciti e concreti: sono sicura che tutt* ricordiate l’episodio intitolato “Lisa VS Malibu-Stacy”. In quel celeberrimo episodio, Lisa reagisce perplessa e si interroga seriamente sul concetto di Parità e sul modello femminile offerto alle più giovani dopo aver ricevuto in regalo una Malibu Stacy ( che, per capirci, sarebbe la versione simpsoniana di Barbie). Lisa è scandalizzata nel vedere quanto un giocattolo per bambine possa essere sessualizzato e quanto quello che rappresenta un potenziale esempio da seguire si traduca in bambole prosperose con corredo di trucchi e scarpe col tacco (non che ci sia qualcosa di male nel make-up o nelle scarpette alla Louis Vitton, ma potrebbe essere non poco umiliante vedere associati questi unici elementi all’universo femminile). Beh, Lisa non accetta passivamente il regalo e non si sforza di adattarsi ad una realtà che percepisce come scorretta. Lisa, infatti, finisce per crearsi la sua stessa bambola dal nome “Lisa Cuor Di Leone”: una bambola tosta in cui Lisa può davvero vedersi rappresentata e che, se premuta sul petto, dice: “Credi in te stessa e potrai ottenere qualsiasi cosa”.

Di altri esempi simili a questo ce n’è un’infinità: in un episodio ambientato nel futuro vediamo Lisa in veste di niente popo di meno che della nuova presidente degli Stati Uniti; in uno speciale di Halloween Lisa rivaluta la posizione della strega e si dice una Wiccan, ovvero, detto in parole estremamente povere, una neo pagana dedita ai riti magici , interpretati come chiave di unione tra spirito e corpo, corpo e natura; in un’altra spassosissima puntata Lisa diventa reginetta di bellezza di Springfield, e, consapevole di avere ora una voce di rilievo nella comunità, sfrutta la sua fama e il suo privilegio per promuovere opere di miglioramento nella sua cittadina.

Lisa sembra non perdere occasione per avvicinarsi passo dopo passo all’idea di giustizia e di uguaglianza alimentate dal suo giovane cuore. Buddista, vegetariana, Femminista e persino jazzista! Lisa è un esempio concreto da seguire, per chiunque non accetti che il patriarcato risponda “No”’alla propria voglia di emergere e al proprio bisogno di giustizia.

Il Capybara Femminista