الخبز و الورد -Che cosa sta succedendo in Egitto?

الخبز و الورد -Che cosa sta succedendo in Egitto?

IMG_8818Oggi si parla di LGBT+ fuori programma.

Inizio col proporvi questo testo che, ieri, 18 ottobre 2017, Mauro Pirovano, coordinatore del Coordinamento Arcobaleno di Milano, ha letto ad alta voce in Piazza S. Babila.

“Durante le ultime due settimane l’Egitto è stato scosso da un’ondata di attacchi violenti contro la comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali). Secondo l’Al-Mubadarah al-Misriah li-l-Huquq al-Shakhsiah (Iniziativa egiziana per i diritti personali) 57 persone legate alla causa omosessuale sono state arrestate, di cui 9 sono state condannate al carcere, 35 stanno subendo ancora un procedimento giudiziario, due sono attualmente indagate (Sara Hadjazi e Ahmad Alaa) e le altre 11 sono date disperse. Questo accanimento è avvenuto dopo che una bandiera LGBTQIA è stata sventolata durante un concerto del gruppo musicale Mashrou’ Leila in Egitto.
La società ultra-conservatrice in cui viviamo e lo stato egiziano permettono la corruzione, gli omicidi e le torture, ma vietano qualsiasi forma di libertà morale, di culto e di orientamento della comunità LGBTQIA. La nostra comunità non aspira minimamente a combattere violentemente la società o lo stato, ma subisce continuamente la violazione dei diritti dei suoi componenti e della loro dignità.
Quello a cui stiamo assistendo ora in Egitto si pone semplicemente in continuità con le violazioni dei diritti umani iniziate sotto l’autorità militare alla fine del 2013: la grande preoccupazione di questa autorità è la repressione, l’oppressione e la chiusura delle libertà individuali in ogni loro aspetto, infrangendo le leggi, la costituzione e il diritto internazionale. In questo contesto, la comunità internazionale rimane impassibile: nessun contributo è riuscito a migliorare la situazione fino al 3 ottobre 2017.
Solo il Parlamento europeo ha emesso una dichiarazione forte in cui ha incoraggiato gli stati dell’Unione Europea a prendere in considerazione la situazione dei diritti umani in Egitto nello stabilire forme di cooperazione economica e militare con il paese. E invece crediamo che gli stati membri mettano i propri interessi economici e militari al di sopra di ogni considerazione umanitaria. Tuttavia, ci rimane la speranza che questi paesi prendano le misure necessarie per contribuire a migliorare la situazione, anche se la politica egiziana tenta di sviare la loro attenzione verso i temi del terrorismo e dell’immigrazione illegale.
Considerando la situazione attuale, non c’è spazio per il cambiamento civile in Egitto: tutti i cittadini sono minacciati e potenzialmente soggetti a sparizioni forzate per accuse irragionevoli. Al governo egiziano non interessa affatto che i diritti siano violati, mentre la situazione diventa sempre più allarmante. Per questo sosteniamo dall’estero coloro che resistono duramente alla repressione nel paese.
Qualcuno potrebbe pensare che ce ne siamo stati zitti o che abbiamo chiesto i nostri diritti un po’ timidamente, sollecitando la simpatia degli stati affinché intervenissero per pacificare la situazione. Ma per noi è vero il contrario: la situazione è tale che il governo non cerca neppure di giustificare gli abusi, che quindi rimangono impuniti, in totale violazione degli obblighi internazionali. Per questo riteniamo che provare ad attirare la simpatia della comunità internazionale sia inutile, perché gli stati difendono i propri interessi prima di ogni altra cosa. Questi stati non agiranno mai se non per la pressioni dei loro popoli, i quali non daranno risposte se la nostra causa non sarà mediatizzata e ascoltata.
Per questi motivi, crediamo che la manifestazione pacifica sia la nostra scelta migliore: protestare nei diversi paesi ottenendo quanta più copertura mediatica possibile è il mezzo più efficace per migliorare la situazione attuale.
Per questo ripetiamo il nostro appello a protestare nei diversi paesi del mondo il 18 ottobre 2017: il nostro obiettivo è denunciare queste violazioni, fare pressioni sul governo egiziano e mettere sotto i riflettori le discriminazioni e le violenze che avvengono in Egitto contro la comunità LGBTQIA.”

Questo è l’appello degli attivisti egiziani (che io ho rubato da un articolo pubblicato da Il Grande Colibrì) in cui si chiede a tutto il mondo di denunciare e portare alla luce le pesanti ingiustizie e violazioni dei diritti umani che la comunità LGBTQIA sta subendo nel Paese e io, senza girarci troppo intorno, oggi vi chiedo la stessa cosa.
Dovete parlarne perché, come esseri umani, non potete accettare che venga violata la dignità di altri esseri umani.
Dovete parlarne perché il governo egiziano sta costruendo la propria forza sulla distruzione dei diritti umani di una comunità che non ha colpe se non quella di esistere e perché, come ha detto Pier Cesare nel suo discorso (che domani potrete leggere sul Grande Colibrì) i media egiziani “con un servilismo vergognoso, sono diventati mezzi non di conoscenza e di verità, ma strumento dell’ignoranza, del pregiudizio e della menzogna” e ponendosi al servizio del governo, continuano ad appoggiare questa inaccettabile oppressione.
E dovete parlarne perché siete italian*. Perché nelle mani di quei criminali ci sono armi che sfoggiano il Tricolore, grazie alle quali il nostro Governo si è riempito le tasche dei “loro soldi macchiati del nostro sangue” [Il Grande Colibrì].

Nell’appello e nella denuncia che ha lanciato ieri Pier Cesare si parla di “noi”.
E, con la consapevolezza di questa collettività, vi chiedo di unirvi a questa denuncia e alla condanna di questi atti disumani, perché nessun* sarà libero finché non saremo liber* tutt*!

Chiediamo pane e rose anche per l’Egitto.

La Mucca Intellettuale

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Appropriazione culturale: Che razza di capelli hai?

Appropriazione culturale: Che razza di capelli hai?

IMG_7120Premessa numero uno: mi addentro, prevedendo di avanzare a gomitate, in un argomento oscuro almeno quanto la selva del nostro amico Dante. Di appropriazione culturale, in Italia perlomeno, si parla, infatti, solo per fare polemica, per esprimere disaccordo e ipocrisia, come se la voce di un oppresso (che rappresenti se stesso, o tutta la sua intera cultura, a quanto pare poco importa) non avesse poi tutto questo valore (sounds familiar).

Premessa numero due: a costo di sembrare tentennante, sono convinta sia necessario parlarne anche qui, sul tucamingo. Con questo “tentennante” non voglio dire “W la blackface” ovviamente! Voglio solo condividere con voi la mia condizione attuale: quella di una ragazza che si reputa pronta a prestare l’orecchio per assecondare le percezioni delle minoranze, ma che, purtroppo, vive immersa in una cultura pop che fa dell’appropriazione culturale una moda (vedi: Miley Cyrus, Kylie Jenner, Katy Perry etc) , con la diretta conseguenza di rischiare di non far percepire come sbagliato ciò che invece è profondamente deleterio. Per cui eccoci qui, confus*, incert*, ma perlomeno con la salda e perenne convinzione di non voler passare dalla parte degli “oppressori”. Per cui andiamo per gradi e mettiamo Ordine.

Per prima cosa: “Cosa si intende per ‘appropriazione culturale?’”. Basta andare su qualsiasi dizionario online per avere una delucidazione. << L’appropriazione culturale è l’adozione di elementi di una cultura da parte dei membri di un’altra cultura. È una pratica talvolta dannosa in quanto violazione dei diritti collettivi di proprietà intellettuale della cultura originaria. Si realizza attraverso l’uso di tradizioni, dei cibi, delle mode, dei simboli, della tecnologia, del linguaggio e delle canzoni culturali di altre culture senza il permesso delle stesse. L’appropriazione culturale differisce dall’acculturazione, dall’assimilazione o dal cambiamento culturale in quanto l’appropriazione o l’appropriazione indiretta si riferisce all’adozione di questi elementi culturali secondo un approccio “colonialista”: gli elementi copiati sono quelli di una cultura minoritaria da parte di membri di una cultura dominante. Questi elementi vengono utilizzati al di fuori del loro contesto culturale originario, a volte anche in contrasto con i desideri espressi dai rappresentanti della cultura originaria>>.

Ora. Riprendiamoci da questo mind blown. Andiamo oltre l’epifania Joyciana che state tutt* vivendo in questo momento a parliamo terra terra.

Le cornrows non sono una moda. Sono appropriazione culturale. Soprattutto in Italia, dove seguiamo bramose i tutorial delle star di Instagram che non hanno fatto altro che scimmiottare un elemento culturale rendendo “fashionable” quello stesso stile che sulle ragazze nere era “sciatto” o “volgare” (vedi le critiche ricevute da Zendaya in occasione degli Oscar). C’è chi pensa che “rendere mainstream la cultura afroamericana sia il modo migliore per porre fine al razzismo”(time.com). Io penso che di modi ben più concreti per porre fine al razzismo, in una nazione come quella americana in cui di razzismo si muore, ce ne siano a milioni. Cominciando da pratiche per la cittadinanza che assomiglino di più a processi legali piuttosto che a rebus che, una volta risolti svelino espressamente il messaggio del “qui non ti ci vogliamo”, per finire con leggi che tutelino le minoranze dal cyber bullismo, ad esempio.

Sì, anche i tatuaggi all’henna sono appropriazione culturale. Disegni antichi, che hanno un significato storico e culturale di estrema rilevanza in paesi come l’India, vengono ridotti a “tatuaggi temporanei” privando disegni tanto belli del proprio significato profondo; il quale, forse, supera per bellezza persino i disegni stessi. I decori in henna simboleggiano, infatti, la forza e l’amore che la sposa dimostrerà nel corso della vita matrimoniale.

Per la stessa logica del “sto rendendo una moda qualcosa che se manifestato dagli esponenti della cultura di appartenenza sarebbe percepito come sbagliato” e del “sto svuotando di significato una pratica culturale”, sono in molti casi appropriazione culturale anche i dreadlocks, che nel Rastafarianesimo esprimono purezza e lontanza da “Babilonia”, ad esempio. È appropriazione culturale disegnarsi il bindi con superficialità, dimenticando che nella cultura Induista viene a simboleggiare l’universo e il terzo chakra. È appropriazione culturale vestirsi da “pellerossa” ad Halloween, sono appropriazione culturale i “baby hair” se non sei una donna nera, così come lo sono i video musicali di alcuni artisti ( vedi Coldplay o Iggy Azalea) che incentivano rappresentazioni stereotipiche di intere culture.

Ora, veniamo a noi. Questo articolo non voleva scatenare il panico, anzi. In un panorama in cui mi rendo conto quanto possa sembrare difficile capire come comportarsi, spero di aver fatto un minimo di chiarezza.

PS: se ad Halloween vedete qualcuno vestito da: “messicano”, “geisha”, “cinesina” etc etc, sentitevi autorizzati a tirargli/le un coppino. O fatele/gli leggere questo articolo.

Il Capybara Femminista 

Hoka Hey!

Hoka Hey!

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Vi ricordate dell’attentato di Las Vegas?

Nel caso vi fosse sfuggito qualcosa, uomo bianco ha sparato su altri uomini bianchi con un’arma che sicuramente porta un nome troppo complicato perché io lo ricordi ed è troppo pericolosa per stare in mano ad un civile. Ha ucciso un numero di persone che ho visto oscillare tra i cinquanta e i sessanta e ne ha ferite centinaia. È stata definita la più grande sparatoria di massa nella storia del Paese.

È l’ennesima occasione per parlare di come la non regolamentazione delle armi negli Stati Uniti sia un problema enorme, ma il “presidente” ha detto che non gli va di parlarne e noi non possiamo far altro che rispettare i suoi sbalzi d’umore puberali, perciò sposterò l’attenzione su un altro tema, così capite anche perché ho deciso di pubblicare questo articolo proprio oggi.

Oggi è il Columbus Day!

Ogni anno, negli Stati Uniti, si festeggia l’arrivo di Colombo sul territorio americano. Tutto bellissimo, se non fosse che non c’è assolutamente nulla da festeggiare.

A questo punto dovrei aver generato confusione a sufficienza da farvi domandare perché io stia saltando da un argomento all’altro come un bovino impazzito (le battute sulla mucca pazza le lasciate ai comici falliti e al 2005, please).

Ecco cosa è successo.

Qualche giorno fa allenavo, come sono solita fare quotidianamente, il mio pollice usando come attrezzo il feed di Instagram e ad un certo punto i miei occhi hanno incontrato un post che, tradotto, suonava tipo “Il privilegio bianco è dimenticare che il più grande mass shooting nella storia della nazione è stato il massacro di Wounded Knee”.

Ci ho riflettuto un po’ e poi mi sono ricordata che io conosco questo avvenimento storico grazie a una canzone, ma non ho mai pensato di informarmi di più, perciò ho colto l’occasione di imparare qualcosa.

Il 29 dicembre 1890 ebbe luogo l’eccidio, da parte dell’esercito statunitense, dei Miniconjou, una tribù nativa del Nord America, passato alla storia come massacro di Wounded Knee, non appena si smise di definirlo “battaglia”.

I nativi avevano deciso di ribellarsi dopo aver ricevuto la notizia dell’assassinio di Toro Seduto, una delle più importanti figure della resistenza dei Sioux alla colonizzazione degli europei, ma furono intercettati dai coloni e massacrati con l’indicibile violenza tipica degli evangelizzatori importatori di democrazia dai capelli biondi e gli occhi celesti, come la giacca.

I morti furono almeno 300.

Si dice che i soldati statunitensi siano tornati sul luogo del massacro per rapire i superstiti e ammassarli in una chiesetta nella quale erano ancora esposti gli addobbi natalizi, tra i quali si poteva leggere una scritta che recitava Pace in terra agli uomini di buona volontà. Non c’ero e non posso verificare la fonte, quindi mi riservo la possibilità di sperare che non sia vero, anche se non faccio fatica a crederci.

Ora, è chiaro che questo non cancella la vergogna dell’attentato di Las Vegas e non riporterà in vita le vittime, così come è ovvio che non voglio fare una classifica dell’importanza delle morti, ma mi sembra altrettanto evidente che festeggiare nella giornata di oggi significhi cancellare la memoria storica di un genocidio che non accenna ad arrestarsi e questo io non ho intenzione di accettarlo.

#FuckChristopherColumbus

La Mucca Intellettuale

P.S. Credo che valga la pena di sentirla, giusto per farsi un’idea di come ci si sente a venire massacrati

 

Tucomingout #8 È Il Coming Out Day!

Tucomingout #8 È Il Coming Out Day!

 IMG_6930 Ebbene sì! Anche quest’anno siamo arrivati ad ottobre ed il Tucamingo, da bravo volatile LGBT friendly, non poteva non ricordarvi di celebrare il National Coming Out Day( NCOD), ovvero la giornata internazionale del Coming Out, osservata in tutto il mondo proprio l’11 ottobre (domani!!).

Ma scaviamo nel passato di questa festa mondiale, un po’ sulla linea dei giornalisti televisivi invadenti (tanto NCOD non si offenderà!). Il National Coming Out Day nasce negli Stati Uniti nel 1988 come idea fondata nello spirito femminista e gay, assecondando il bisogno di attivismo di questi gruppi e manifestandolo nella forma più personale: nasce infatti, in principio, come giornata in cui aprirsi, esporsi e presentarsi finalmente alla famiglia, agli amici e ai colleghi come una persona apertamente lesbica o gay, anche se oggi anche gli orientamenti sessuali e le identità di genere meno “mainstream” hanno imparato ad approfittare di questa stessa giornata per celebrare la loro libertà e manifestare la loro presenza. Il Coming Out Day, in poche parole, sprona i membri delle comunità LGBT al dialogo, partendo dalla convinzione per cui l’omofobia possa crescere rigogliosa solo in un’atmosfera di silenzio e di ignoranza.

Passiamo ora a qualche dato storico relativo al NCOD (così domani potete fare i queer sapientoni parlando con i vostri amichetti! #Nonringraziatemi).
L’NCOD è stato fondato nel 1988 da Robert Eichberg e Jean O’Leary. Eichberg, morto nel 1995 a causa dell’AIDS, è stato uno psicologo del Nuovo Messico, oltre che il fondatore del primo seminario dedicato alla crescita personale “The Experience”. O’Leary è stata invece una leader politica apertamente lesbica, un’attivista di lunga data e il capo degli avvocati nazionali dei diritti dei gay a Los Angeles. Gli attivisti e le attiviste dell’epoca, tra cui ovviamente Eichberg e O’Leary, non hanno voluto rispondere in modo violento o fin troppo difensivo all’azione omofoba che in quegli anni si era abbattuta sulle comunità LGBT. Convinti che un comportamento del genere avrebbe portato alla chiusura e al pregiudizio, alimentando l’odio tra i gruppi e facendo diffondere l’ignoranza, hanno dieciso di mettere in gioco la loro positività, la loro energia e il loro orgoglio istituendo così la Giornata Internazioanle del Coming Out; giornata che, di lì in avanti, si sarebbe celebrata l’11 Ottobre, data in cui ricorre l’anniversario della celeberrima Marcia Nazionale di Washington per i diritti di gay e lesbiche, del 1987.

Ora che vi ho dato un po’ di materiale per potervela menare con gli amici, fatemi esprimere un messaggio che vorrei davvero raggiungesse tutt*. Solo perché siamo o siete convint* di non aver bisogno di una giornata come il Coming Out Day, (perché magari avete già fatto Coming Out, perché siete cisgender e eterosessuali e non vedreste come sfruttarlo o semplicemente perché non ne cogliete il senso) vi chiedo comunque di non sottovalutarlo e di non sminuirlo. Cercate di ascoltare le storie delle persone che nelle celebrazioni internazionali come questa vedono la prospettiva di un mondo più inclusivo. Se siete etero e cisgender, cercate di parlare con chi sta dall’altra parte del privilegio: ascoltate le loro storie, le loro esperienze e come in ogni caso, cercare di apprendere quanto più potete e di arricchirvi a livello personale. Ve lo chiedo ricordandovi le radici della fondazione di questo Coming Out Day: un giorno che è nato per creare ponti, per assecondare la libertà d’espressione e per facilitare il Dialogo.

In luce di questo vi lascio i nomi di alcuni Youtuber (italiani e non) e attivisti degli orientamenti sessuali più disparati. Cogliamo l’occasione per uscire dall’armadio, sia esso fatto di pregiudizio, di ignoranza o di timore. Ascoltiamoci.
•ShantiLives
•Muriel
•Chi Dice Lesbica Dice Dramma
•Damn Tee
•Stef Sanjati

Il Capybara Femminista 

Da grande sarò Toni Morrison

Da grande sarò Toni Morrison

IMG_8563Chloe Anthony Wofford è nata il 18 febbraio 1931 a Lorain, in Ohio, da una famiglia originaria dell’Alabama, abbastanza numerosa e che faceva parte della classe operaia.
Pur non vivendo la situazione più favorevole del mondo, perché non era maschio, non era bianca e non era ricca, ha comunque avuto l’opportunità di coltivare la sua sconfinata passione per la letteratura, laureandosi in Letteratura Inglese nel 1953 alla Howard University.

Una volta entrata nell’ambiente accademico, decise di non lasciarlo più, come il mondo della letteratura, che divenne il suo lavoro oltre che la sua arma principale per raccontare la storia e la realtà del popolo afroamericano, assumendo così un ruolo fondamentale per l’affermazione sociale dei neri negli Stati Uniti in un periodo nel quale essere nero (e, soprattutto, nera) in America non era affatto facile.

Dopo aver curato la pubblicazione di autori afroamericani del calibro di *rullo di tamburi* Angela Davis *mic drop*, iniziò lei stessa a scrivere e parlare di bambine nere che sognavano gli azzurrissimi occhi di Shirley Temple, di donne dai caratteri più svariati, di schiave che uccidono le proprie figlie per sottrarle al destino infausto che era toccato loro, compiendo anche opere di ricerca e narrazione di dimensioni incredibili. Tra gli esempi più eclatanti, sicuramente l’antologia “The Black Book” fu in grado di racchiudere ben trecento anni di storia afroamericana e il romanzo Paradiso, che ne racconta due secoli.

Come se tutto ciò non bastasse, tra un Nobel per la Letteratura e un Pulitzer, Toni Morrison (pseudonimo con il quale è conosciuta), insegnando nelle più prestigiose università statunitensi e continuando a raccontare la perdita di identità delle comunità afroamericane a causa dell’oppressione e del razzismo, arrivò, nel 2012 a ricevere la Medaglia Presidenziale della Libertà, da parte di quel Presidente che aveva apertamente e così fortemente sostenuto.

Per concludere, niente data, luogo e causa di morte: siamo così fortunat* da vivere nella sua stessa epoca!

La Mucca Intellettuale

Be the change

Be the change

IMG_6669Gli ultimi giorni sono stati, tanto per cambiare, intensi. Tra gite a Torino, colloqui di lavoro ed eventi all’insegna dell’attivismo, ho avuto l’occasione di riabbracciare vecchi amici e di conoscere nuove persone, tutte decisamente brillanti e tutte accumunate da un’unica costante: la voglia di fare la differenza.

Che le persone in questione ne fossero consapevoli o meno, mi hanno ispirata fino a farmi tornare in mente un’espressione della carissima Anna Polo: scrittrice, attivista e giornalista di Pressenza. Una sera, in occasione di una conferenza a Torino, Anna, con gli occhi lucidi, disse che le piaceva scrivere di luci. O meglio, di quelle persone in giro per il mondo che non smettevano di brillare, nonostante gli ostacoli sociali, politici e culturali che si facevano loro incontro. Di quelle persone che fanno echeggiare le loro voci senza timore, che difendono i loro diritti con coraggio, che fanno rete tra le comunità con determinazione, fino a formare reti di luci: bellissime costellazioni!

Questo articolo è dedicato alle luci che mi hanno ispirata negli ultimi giorni, perché è giusto che il loro valore venga menzionato. È dedicato, però, anche a tutt* voi, lettori e lettrici del tucamingo, affinché ricordiate che fare la differenza è possibile, oltre che fondamentale. Affinché ricordiate che la differenza può essere fatta a partire dalle piccole cose, utilizzando, ad esempio, i termini appropriati, rimanendo coerenti a se stessi o persino dando buoni consigli agli amici.

Ringrazio quella bella ragazza sull’autobus, per aver avuto la forza di alzare la voce contro l’uomo (se così può essere definito), che l’aveva “toccata”. Grazie per esserti difesa, per aver tenuto alla tua dignità e per aver ricordato, con il tuo intervento, che il silenzio non può più essere un’opzione.

Ringrazio gli amici di vecchia data ( una coppia adorabile a cui sono sempre più affezionata) che hanno scelto di arredare la loro nuova casetta con mobili fatti di materiali di scarto. Siete stati ingegnosi ed eco friendly e quel mobile in salotto è un A M O R E.

Ringrazio Chiara e Francesca di Cibo Supersonico. Chiacchierare con loro è stato rigenerante: l’amore per quello che fanno è contagioso e il modo in cui si guardano negli occhi l’una con l’altra scalda il cuore. Mi avete ricordato il potere del dialogo e del confronto e siete diventate senza alcun dubbio il mio #rationshipgoal! Ci sentiremo presto, anche perché devo assolutamente riassaggiare quella crema pasticciera raw con frutti di bosco e fave di cacao!

Ringrazio il mio coinquilino che con il suo gruppo musicale “DispariSma” sta incidendo una canzone dopo l’altra! Man mano che le ascolto mi vengono in mente le serate sul divano durante le quali, tra uno shottino di tequila e una risata, me le cantavi strimpellando la chitarra. Vedere i tuoi sogni che prendono forma mi da tanta speranza e rinnova la mia fiducia in questa società di cui a volte vedo solo il lato più marcio. Sei un’artista unico e non vedo l’ora che esca l’album!

Ringrazio le talentuosissime ragazze conosciute in occasione dei colloqui di gruppo da Lush Italia! Ringrazio chi si cimenta in danze tribali di paesi lontani, accorciando la distanza tra le culture; ringrazio chi ha fatto esperienza all’estero ed è poi tornata in Italia determinata a cambiare le cose, chi ha imparato a prendersi cura degli altri imparando dalla mamma missionaria in Africa e chi mi ha ricordato quanto le persone possano essere simili a boccette di profumo: guardandole da fuori non puoi mai sapere che meraviglie nascondo dentro.

Probabilmente tutte queste persone non si sono rese conto dell’impatto che hanno avuto su di me o che tuttora stanno avendo. Eppure eccomi qui, ispirata dalla loro tenacia e commossa dalla loro passione. Credetemi, una persona alla volta, cambiare le cose è possibile! Siate una luce, per quanto solitaria. O, per dirla con le parole di un uomo che, da solo, ha cambiato la storia: “Siate il cambiamento che desiderate vedere nel mondo”.
Mi aspetto tanto da voi!

Il Capybara Femminista