Latte e Biscotti con The Gipsy Marionettist

Latte e Biscotti con The Gipsy Marionettist

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Se c’è qualcosa di cui non ho mai saputo niente, questa è sicuramente la cultura Rom, perché, a causa di un pregiudizio che si fa troppa fatica ad abbattere, è tra le meno conosciute al mondo. Grazie ad un incontro casuale durante una delle sue esibizioni, abbiamo avuto l’opportunità di parlarne con Rasid e ovviamente non potevamo non condividere il frutto di un’intera mattinata di scambio.

  • Chi sei? (Fai pure riferimento alle tue origini, alla tua professione e a qualsiasi tua passione o aspetto di te che pensi ti caratterizzi)

Mi chiamo Rasid Nikolic, sono Serbo-Bosniaco, di etnia Rom. Mi sento Rom, mi sento anche italiano, ma non credo nei confini sulle mappe. Faccio il marionettista, ma le marionette non sono solo un lavoro per me, sono il completamento di qualcosa di più grande, quindi per me tutte le deformazioni fisiche, mentali, strutturali che ho arrivano da questo mestiere: la pazienza, saper aggiustare le cose, saper fare le cose, pensare prima di fare qualcosa…

Ho iniziato con uno spettacolo pop e adesso, invece, sto costruendo uno spettacolo più introspettivo, sul mio lato oscuro, e in generale mi sono sempre trovato in difficoltà nel fare uno spettacolo raccontato: non mi piace, cerco di usare le marionette senza parole e di usare il linguaggio del corpo.

  • Chi sono i Rom? (Parlaci un po’, se puoi, della cultura Rom: quali sono le sue origini? Quali sono gli aspetti più importanti? Esiste una coscienza di popolo tra i Rom?)

I Rom sono una popolazione del nord dell’attuale India, che ha iniziato un esodo a causa della militarizzazione forzata dopo i numerosi attacchi da parte della Persia: erano contadini costretti a imbracciare le armi, popolazioni che non volevano combattere, così sono scappati.

Intorno al 900-1100 (la stima è stata fatta sulla base della storia della lingua Romani, che deriva dal Sanscrito), partono da quella zona e nel 1400 raggiungono il centro Europa. Nel 1500, vengono schiavizzati in Europa e nel 1767, mentre gli schiavi neri vengono liberati in America, i Rom vengono liberati in Romania, il Paese europeo dove la schiavitù era più radicata, (sebbene fossero già presenti in tutta Europa). Quando i Rom vengono liberati, hanno l’opportunità di indossare il vestito tradizionale romeno (come gli altri cittadini liberi), ma dopo essere stati schiavizzati per 300 anni,  avevano completamente perso tutta la loro cultura e l’unica cosa che sapevano era di essere schiavi, poveri e non acculturati, e hanno portato avanti questa tradizione, perché ormai non sapevano niente della loro storia. Indossare l’abito voleva dire sparire,  in poche generazioni sarebbero diventati romeni e basta (ma attenzione all’assonanza tra Rom e romeni: non sono sinonimi). Così hanno deciso, in segno di protesta, di indossare quegli abiti, ma molto più colorati. Oggi in Italia si riconoscono i Rom solo quando si vedono questi abiti e gli unici Rom che gli italiani conoscono e riconoscono sono quelli che vivono la povertà, così  l’abito che per una cultura è un segno di protesta, per un’altra è il riconoscimento solo della povertà.

Per un periodo i Rom hanno chiamato loro stessi zingari (che significa schiavi) perché era il nome che era stato loro imposto, poi, quando negli anni ‘70 è stato fatto il primo congresso mondiale del popolo Rom, i diversi gruppi (Rom, Sinti, Kalé, Manouch, Romanichals, Khorakhané…) hanno deciso di definirsi Rom, che significa “essere umano”. Hanno scelto una bandiera, che riporta la terra, il cielo e una ruota di carro rossa a 16 raggi che rappresenta i 16 Paesi della tratta del viaggio dei Rom; hanno scelto un inno, Gelem Gelem, che racconta del viaggio dei Rom e del genocidio operato dalla Legione Nera delle SS, genocidio che non è stato riconosciuto dalla storia. Questi erano modi di rappresentarsi e di esprimere la propria appartenenza che i Rom non utilizzavano, ma in cui hanno dovuto imparare a riconoscersi quando è stato chiesto loro di incastrarsi nella scatola della nazionalità.

In tutti questi secoli, però, la cultura Rom ha avuto un ruolo molto importante. Una cosa interessante è che quando gli schiavi neri sono stati liberati in America hanno potuto, anziché indossare un abito, suonare gli strumenti classici americani, soprattutto gli strumenti a fiato, e, appoggiando i ritmi africani rimasti nelle mani degli schiavi dopo generazioni di schiavitù, a quegli strumenti, senza avere la cultura della musica classica, formale e basata sugli spartiti, senza saper leggere le note, hanno creato il jazz. Più tardi, quando sono stati liberati i Rom in Francia, Django Reinhardt ha inventato un genere, che arriva dal flusso delle musettes francesi, ed è l’unico jazz autoctono europeo, che è il jazz manouche. È particolare che due schiavitù del mondo siano confluite naturalmente verso un genere musicale fatto di improvvisazione, fatto di musica senza spartito, di musica fatta con le mani, col sentire, senza delle regole. Penso che riporti anche quello che entrambe le comunità, quella africana e quella Rom, hanno nel loro retaggio culturale: un retaggio fatto di comunità e non di società organizzate, che portano anche nella musica.

Per quanto riguarda la religione, invece, quella dei Rom è basata su diverse superstizioni, su fortuna e sfortuna. Credono nel rispetto dei tempi della natura e anche della morte; ci sono diverse tradizioni un po’ romantiche, come il dover sentire il dolore quando si ripensa al dolore.

  • Raccontaci la tua storia: che origini hai, come hai iniziato a fare il marionettista?

Sono nato nel 1989 e poco dopo è iniziata la guerra. Mio padre ha disertato ed è scappato a Berlino come rifugiato politico e io, mia sorella e mia madre lo abbiamo raggiunto quando abbiamo ricevuto i documenti. Dopo un anno, finito il periodo dell’emergenza, non ci è più stato concesso asilo, ci sono stati dati dei soldi e siamo dovuti andare via. A quel punto i miei genitori si sono ritrovati per la prima volta a chiedersi cosa fare e dove andare, così hanno deciso di prendere un camper, perché è una casa e ti ci puoi spostare, e siamo partiti per l’Italia, insieme ad altri rifugiati, molti dei quali sono rimasti apolidi, perché durante la guerra avevano perso i documenti, andati distrutti.

Siamo arrivati a Torino, dove abbiamo comprato un terreno che poi ci è stato portato via. Siamo stati spostati in un posto dove avevamo servizi, ma che dovevamo pagare, quindi dalla libertà di vivere come volevamo, coltivare e costruire la nostra comunità, ci siamo ritrovati catalogati e indebitati. A quel punto, molti sono finiti nella criminalità, altri nell’assistenzialismo, noi abbiamo fatto elemosina per anni: suonavamo ai citofoni chiedendo aiuto come rifugiati della guerra in Bosnia. Grazie alla volontà dei miei genitori, con un percorso difficile siamo usciti dal campo: mia madre ha trovato lavoro in un ristorante e dopo alcuni anni è diventata cuoca e ha fatto assumere mio padre, mentre per me e mia sorella è stato più difficile entrare nella società, perché non eravamo abituati a quel tipo di vita.

A 16 anni sono uscito di casa e ho fatto il geometra. Ho iniziato a studiare design al Politecnico di Torino, ma poi ho capito cosa faceva un designer, cioè stare seduto tutto il giorno, e capii che quella scrivania non sarebbe bastata per contenere il mio ego. Quindi negli anni ho provato a fare un sacco di cose e a un certo punto ho scoperto le marionette, a Granada, dove ho visto uno spettacolo così brutto che mi ha lasciato perplesso, mi ha urtato così tanto esteticamente che mi ha smosso la mente. Per mesi ho pensato a questo spettacolo ridicolo che avevo visto in strada e ho pensato che potevo fare di meglio. Io intaglio legno da quando ho nove anni, come un hobby, me l’ha insegnato mio nonno, che si chiamava Rasid come me, perciò ho iniziato costruendone alcune con oggetti riciclati e alcune in legno e poi sono andato in Ucraina, grazie al Servizio Volontario Europeo, e lì ho fatto la scuola.

  • Quanto la cultura Rom caratterizza te e la tua professione?

Io non sembro Rom, quindi negli anni quello che ho fatto è stato sentirmi un esempio positivo per la mia cultura, perché ce n’è bisogno. La maggior parte dei Rom in Italia sono integrati, ma essere straniero e integrarsi è una vita pesante, piena di complicazioni, quindi non tutti hanno la forza di alzarsi e dire “Io sono Rom”. Invece io ho deciso non solo di fare marionette, ma di chiamare il mio spettacolo The Gipsy Marionettist. Io so la differenza che c’è tra Gipsy, zingaro e Rom, ma uso la parola Gipsy perché in questo modo porto in strada lo stereotipo positivo del Rom, che è un buon approccio per parlare con le persone e iniziare una conversazione.

Da bambino non sapevo di essere Rom, io sapevo di essere Rasid. Solo quando sono diventato grande ho capito perché mi prendessero in giro,  per me non era così scontato:  la mia vita, per me, era la mia normalità. Poi con gli anni ho fatto finta di non sapere da dove arrivassi, ho cercato di integrarmi, di fare la mia vita, però poi questa cosa è venuta fuori come un conato. Ho fatto ricerche e tutte queste cose le so così nel dettaglio perché sono un attivista: lavoro con un’associazione, Phiren amenca, che è la più grande associazione di giovani Rom: non sono rappresentanti politici, sono solo i rappresentanti di una cultura, anche perché noi siamo a metà. Io mi sento a metà perché non sono d’accordo con tutte le tradizioni Rom e la mia morale si è costruita su un altro modello. Ma nella mia vita posso essere un ottimo rappresentante, un ottimo mediatore culturale, conoscendo, sentendo ed essendo Rom.

  • Parlaci delle tue marionette: come nascono i tuoi personaggi e come prendono vita?

Esistono vari modi per costruire le marionette, per pensarle e per progettarle: io ho un percorso completamente personale. Mi ispiro alla musica e quando sento una canzone che mi tocca, chiudo gli occhi e mi immagino che succeda qualcosa. Come la ballerina di danza del ventre: io avevo sentito una canzone anni e anni prima in un mp3 e quando è arrivato il momento ho ricercato quell’mp3 in casa per mesi, perché non potevo iniziare a costruire senza ascoltare quella canzone e l’ho ascoltata fino alla nausea mentre costruivo la marionetta, perciò la ballerina balla solo su questo e nient’altro.

Le marionette sono una forma di vudù, perciò odio le storie con il lieto fine; per questo  i personaggi che faccio fanno reagire le persone e i bambini in modo particolare, cerco di farli rapportare con sensazioni nuove. Cerco di fare delle marionette originali, tutte diverse tra loro, fatte con materiali diversi, dimensioni diverse e con controlli complessi e tutti diversi per ogni marionetta.  Cerco, quando c’è l’occasione, di parlare dei Rom.

Il nuovo spettacolo, finalmente, sarà uno spettacolo solo per adulti, introspettivo. Vorrei che le persone tornassero a casa riflettendo su quello che hanno visto.

  • L’etnia Rom subisce discriminazioni da secoli. Riusciresti a individuare delle ragioni? Che significato ha avuto/ha per te far parte di un’etnia così marginalizzata?

Immaginate il percorso di queste persone: la fuga da una guerra, il continuo spostarsi, la vita nomade. Stiamo cercando una casa, però ogni volta che siamo arrivati in un posto siamo stati buttati fuori, ritenuti diversi e ritenuti la negazione della cultura: si pensa che non ci laviamo, che non siamo socialmente integrati, che non abbiamo delle regole tra di noi, che non abbiamo nessuna arte che ci rappresenti, che non abbiamo scritture. Siamo ritenuti il contrario della cultura (perché in Italia la cultura e la lingua Rom non sono riconosciute e tutelate) quindi pericolosi per quella che è la costruzione e la costituzione di un’identità nazionale.

Non siamo una forza politica e questo ha portato i Rom a rimanere nei campi anche dopo la seconda guerra mondiale, sebbene il nomadismo non sia una caratteristica dei Rom, non fa parte della nostra cultura, è solo uno stereotipo. Qui in Italia, in particolare, è alimentato dal fatto che regolamenti complessi prevedano che ad un Rom che non ha un posto dove stare vengano messi a disposizione i campi e non delle strutture: i Rom sono l’unica minoranza presente in Italia, siamo circa lo 0,23% della popolazione, che non è tutelata dalla legge. Nonostante questo, più di 2/3 dei Rom sono perfettamente integrati e dell’ultimo terzo la maggior parte vive dentro a case in campi organizzati, alcuni in comunità isolate, Solo pochi altri nel disastro, in campi non organizzati, anche se legali. La mancanza di tutela rende complicato uscire dal campo: quante possibilità hai di trovare un lavoro se appari diverso e sui tuoi documenti c’è scritto che abiti nella “strada del campo”?

  • Che situazione vivono i Rom in Italia? Pensi che ci siano differenze rispetto ad altri Paesi?

In altri Paesi europei ci sono Rom che vivono in comunità, di solito in città. I Paesi dell’est sono quelli che hanno più Rom, ma sono anche i Paesi dove i Rom sono più culturalmente accettati, integrati fino al punto di avere rappresentanti, sindaci Rom, anche se ancora non sono accettati completamente.

Forse la situazione migliore nel mondo per i Rom è in America, perché lì hanno creato una cultura Rom americana fatta tutta di stereotipi, che però sono veri per loro. Sono quelli che sono stati espatriati nel 1400, che sono stati portati in Africa, in Australia e in America. Questi Rom, in America, hanno fatto fortuna, si sono ritrovati in una terra di opportunità, di libertà, e lo stereotipo sui Rom in America è che sono romantici, musicisti, bellissimi, che sono grandi lavoratori. Questo li ha aiutati a vivere e dopo un paio di generazioni quello che era uno stereotipo è diventato vero per quella comunità. Vedere che i Rom in America sono convinti che alcuni stereotipi spropositati siano veri fa sorridere i Rom europei, ma siamo contenti perché loro politicamente se la passano meglio di noi.

  • C’è un messaggio che vorresti mandare?

Io non difendo i Rom a spada tratta. I Rom sono delle persone, voglio solo ricordare questo: sono capaci di sbagliare, di imparare, di cambiare e quindi quello che ritengo necessario è un’occasione, per tutti quanti, di avere una vita migliore, decente. È necessario anche che i Rom diano  a loro stessi l’occasione di dare qualcosa a qualcun altro.

La cultura Rom è sconfinata e conoscerla è importante, ecco qualche spunto:

The GipsyMarionettist (Facebook): https://www.facebook.com/rasid.nikolicMarionettist/

The Gipsy Marionettist (Instagram): https://www.instagram.com/the_gipsy_marionettist/

Opre Roma!(Documentario illuminante, decisamente da guardare)https://www.youtube.com/watch?v=4By9W6vS2nI

Phiren Amenca: http://phirenamenca.eu

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