Non photoshopparmi la baguette

Non photoshopparmi la baguette

IMG_3110La Francia ha sempre trovato il modo di farsi notare. Vuoi per le sue profumate e croccanti baguette, vuoi per l’imponente torre Eiffel o per il delizioso clima bohemienne di Montmartre, non c’è persona al mondo che non conosca questo paese e la sua pittoresca capitale. Ma, non è per l’arte o per la cucina che voglio parlarvi della nostra vicina di casa, bensì per le leggi emanate di recente, con le quali la capitale della moda ha sferrato un attacco proprio all’industria del fashion.

I provvedimenti di cui sto parlando sono due: entrambi emanati lo scorso dicembre, sanciscono multe molto salate (che potrebbero arrivare fino a 75.000 €) per tutte quelle case di moda e quelle riviste che faranno un uso spropositato di Photoshop e dei suoi magici tools anti-qualsiasi-cosa-che-mi-faccia-sembrare-un-essere-vivente o che ingaggeranno modelle e fotomodelle troppo magre. Ogni foto che sarà sottoposta a rilevanti modifiche dovrà infatti riportare una sorta di etichetta che ne dichiarerà la presenza, mentre le modelle saranno tenute ad aggiornare le loro cartelle cliniche ogni due mesi e a tenere sotto controllo il loro BMI. Insomma, è proprio il caso di dire “vive la France!”.

Con queste leggi, infatti, la Francia rientra tra i primi paesi ad aver mosso un decisivo passo verso lo smantellamento di quelle pratiche di deumanizzazione che i media hanno reso comuni e quotidiane, intervenendo in modo concreto per abbattere una delle principali cause di disturbi alimentari (le persone vittime di anoressia, solo in Francia, sono circa 40.000, il 90% delle quali sono donne) e assecondando quello che psicologi e psicologhe di tutto il mondo affermano ormai da alcuni anni.

In questo gruppo di esperti emerge sicuramente la voce di Chiara Volpato, che nel suo saggio del 2013 afferma: “Nella società contemporanea le donne sono continuamente esposte a modelli irraggiungibili di corpi femminili levigati, sottili, perfetti; e il confronto con tali immagini provoca sentimenti di ansia, vergogna, disgusto per la propria inadeguatezza. […] Altra conseguenza dell’auto-oggettivazione è la riduzione delle esperienze di Stati motivazionali di picco, vale a dire di quei momenti in cui siamo completamente assorbiti da un’attività mentale o fisica che ci impegna al massimo. […] Il continuo richiamo esercitato da uno sguardo, esterno o interno, Sull’aspetto fisico interrompe la concentrazione e diminuisce la possibilità di provare tali momenti.” .

In poche parole, denunciare la realtà che si sta osservando come una realtà modificata e quindi irreale (cosa che sarebbe resa possibile dalle “etichette” che le foto ritoccate riporterebbero) o fare in modo che la realtà che si sta osservando sia invece più simile alla realtà che viviamo (immortalando modelle con corpi più tridimensionali) sono piccoli accorgimenti che potrebbero davvero fare la differenza. Smettere di vivere una vita che ci rende succubi dei canoni estetici non solo scagionerebbe la nostra autostima, che sarebbe finalmente libera di crescere, ma ci permetterebbe anche di spostare la nostra attenzione verso qualcosa che non sia una pancia piatta o dei seni turgidi. Ci permetterebbe, dunque, di vivere più a pieno, di essere insegnanti o dottoresse migliori, di essere, magari, più creative o più espansive; ci permetterebbe, semplicemente, di essere meno oggetti e più esseri umani.
Let’s think about it.

Il Capybara Femminista

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