Da grande sarò Felicia Impastato

Da grande sarò Felicia Impastato

IMG_5586Loro si immaginano “questa è siciliana, tiene la bocca chiusa”. Invece no, io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista, lottava per le cose giuste e precise.
-Felicia Impastato

Se provate a fare una piccola ricerca, scoprirete che di lei si dice che è stata un’attivista italiana.
Io non potrei esserne più felice, perché, anche se non è mai stata in parlamento a chiedere pari diritti e pari opportunità, anche se non l’avreste mai trovata a manifestare per le strade e nelle piazze per l’emancipazione, anche se non ha mai mobilitato nessuna folla, questa è l’unica definizione che sia in grado di rendere giustizia al suo grandissimo coraggio!

Cerchiamo di capire perché.

La prima cosa che bisogna considerare di lei è il contesto in cui è vissuta: Felicia Bartolotta è nata a Cinisi, negli anni ’10 del Novecento, in una Sicilia in cui sposare l’uomo scelto dal padre era la regola e trasgredire non era concesso, ma lei si rifiutò e decise di sposarsi per amore, con l’uomo che voleva, Luigi Impastato, da cui avrà tre figli: nel 1948 nasce il primo, Giuseppe; nel 1949 il secondo, Giovanni, che morirà all’età di tre anni, e nel 1953 il terzo, che prenderà il nome del fratello scomparso.

Felicia non lo sapeva, ma le nozze avrebbero rappresentato, per lei, l’incontro con il mondo della mafia.
Luigi Impastato, infatti, era legato alla criminalità organizzata del paese e, in modo particolare, a Gaetano Badalamenti, che divenne boss a Cinisi dopo la morte di Cesare Manzella, cognato di Luigi. Felicia non vedeva di buon occhio le amicizie del marito, lo intimava spesso di non permettersi di portarle in casa mafiosi e latitanti e si rifiutava di accompagnarlo nelle visite a casa del boss. Questo creerà attriti all’interno del matrimonio soprattutto nel momento in cui Peppino, figlio maggiore della coppia, inizia la sua attività in politica e nella lotta alla mafia, sostenuto e protetto dalla madre contro la volontà del padre, che lo caccia di casa.

Con l’inizio dell’impegno del figlio, per Felicia comincia una vita fatta di lotta: deve affrontare le amicizie del marito da una parte e difendere Peppino dall’altra, dal momento che il figlio aveva iniziato a denunciare pubblicamente le attività mafiose del padre e degli altri potenti locali.
Questo calvario dura quindici anni, fino alla morte di Luigi, la cui presenza, in qualche modo, rappresentava ancora una sorta di protezione per il figlio, che, da quel momento, si troverà seriamente in pericolo.

Felicia tenta in tutti i modi di dissuadere Peppino dall’idea di esporsi così tanto, ma decide di rompere il silenzio quando, la mattina del 9 maggio 1978, vengono ritrovati i brandelli del corpo del figlio.

Siamo tutti d’accordo nel dire che quella giornata va ricordata come uno dei momenti più bassi della storia del nostro Paese, ma io voglio pensare che sia stato anche il giorno in cui questa donna ha iniziato a raccogliere e mostrare tutto il suo coraggio e tutta la sua forza.
Felicia, impegnata, ora, anche nella protezione di Giovanni, che si è attivato per trovare giustizia per il fratello, prende parte ad un’indagine durata moltissimi anni, durante i quali apre le porte della sua casa a tutte quelle persone che volevano avvicinarsi alla storia esemplare della vita di Peppino.

L’apice di questa storia si raggiunge in tribunale, dopo ventidue anni di indagini.
Al processo contro Badalamenti, Felicia ha l’occasione di esprimere tutta la sua rabbia e la sua sete di giustizia, accusandolo pubblicamente di essere il mandante dell’omicidio del figlio.
Il boss era presente in video conferenza da un carcere americano e poté sentire l’esclamazione della donna:” È stato Badalamenti a uccidere mio figlio! A Cinisi lo sanno tutti!”

Questa è una vicenda da cui tutti possiamo imparare qualcosa.
Felicia non ha fatto quello che ha fatto il figlio, a cui tutti siamo grati, ma è stata capace di mobilitarsi, di essere attiva, di parlare, di denunciare quello che nessuno aveva il coraggio di dire ad alta voce.
Felicia Impastato ci ha mostrato il coraggio necessario per condannare un uomo che, come lei stessa ha detto, “non doveva tornare a Cinisi neppure da morto”.

La Mucca Intellettuale

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