Mafia: la lotta silenziosa delle donne

Mafia: la lotta silenziosa delle donne

IMG_5476.PNGIeri è stata celebrata la “XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” e io, che adesso sono attiva per la parità, ho pensato che riguardare per l’ennesima volta I Cento Passi, per me, non sarebbe stato abbastanza. Non ora, almeno.

Così ho pensato a lungo a come avrei potuto affrontare l’argomento parlando di donne, essendo la mafia una realtà nata come esclusivamente maschile.
Mi sono rivolta a chi ne sa più di me, promettendomi che mi sarei informata di più su tutte quelle storie che tutti dovremmo sapere a memoria e ne è uscita una lunghissima lista di racconti che sembrano creati col solo scopo di ispirare ad essere una donna forte che sta dalla parte della giustizia.
Ciò che colpisce di più, però, è che si tratta di vicende che si sono verificate davvero nelle strade delle province più dimenticate del nostro Paese e, nonostante siano vere, non costituiscono l’immagine principale che abbiamo del Mezzogiorno. Lasciamo che siano i carnefici ad esserlo.
Quanti conoscono a memoria il nome e le opere inumane di Riina e Provenzano, ma non hanno mai sentito parlare di Emanuela Sansone?

Ed è proprio da lei che voglio iniziare a raccontarvi, brevemente, queste storie.
Saranno le storie delle donne vittime innocenti delle mafie, ma non parleranno solo delle loro uccisioni: ciò che sarà davvero importante saranno le lotte che hanno portato avanti fino alla morte.

Parto da Emanuela Sansone semplicemente perché è la prima in ordine cronologico: parliamo della prima donna vittima di mafia della storia.
Siamo a Palermo, il 27 dicembre 1896 e Emanuela si trova, insieme alla madre, al padre e ai due fratelli nella locanda di proprietà della famiglia. All’improvviso, si sentono gli spari. Due colpi feriscono Giuseppa Basano, la madre di Emanuela, che si salverà; uno, invece, colpendola alla tempia, porrà fine alla vita della ragazza.
Emanuela è morta all’età di diciassette anni perché si sospettava che la madre avesse denunciato la mafia locale per la fabbricazione di banconote false.

Questa è una di quelle storie che mi ha colpito di più, forse perché la ragazza non era coinvolta, forse perché era davvero molto giovane, forse perché si trattava solo di un sospetto, ma la storia dell’organizzazione mafiosa che poi è andata a costituirsi come Cosa Nostra è costellata di episodi come questi.

Immagino che tutti vi ricordiate di Emanuela Setti Carraro, giusto?
Ma a chi, come me, all’epoca ancora doveva nascere, bisogna assolutamente raccontare questa vicenda.
Emanuela Setti Carraro era la moglie del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si trovava a Palermo proprio per combattere la mafia. Emanuela morì con lui, e con un agente della scorta, il 3 settembre 1982 per un agguato mafioso. Il caso fu eclatante: per la prima volta Cosa Nostra aveva infranto il “codice d’onore” e aveva ucciso una donna. Tra l’altro, una donna che non era in alcun modo coinvolta nelle loro faccende.

Solo dieci anni dopo, il Paese verrà nuovamente scosso da due avvenimenti impossibili da dimenticare.
Nel giro di pochi mesi, Cosa Nostra ci porta via i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Insieme al primo, il 23 maggio, moriranno tre agenti della scorta e la moglie Francesca Morvillo, unica magistrata uccisa; con il secondo, invece, il 19 luglio dello stesso anno, verrà assassinata Emanuela Loi, parte della scorta e prima agente italiana uccisa in servizio.

Dall’altra parte dello stretto, troviamo almeno due episodi che vale la pena di ricordare.

Il primo, sempre in ordine cronologico, è quello che ha visto coinvolta Lea Garofalo.
Lea è un bellissimo esempio di coraggio: ha collaborato con la giustizia arrivando a testimoniare contro suo padre durante una faida tra clan che aveva visto rivali la sua famiglia e quella del suo ex compagno. Venne assassinata dopo un tentato rapimento e un agguato messo in atto proprio dall’ex compagno con il pretesto di discutere in merito alla figlia della coppia.

Il secondo, più recente, è il caso di Maria Concetta Cacciola.
Nacque in una delle famiglie più potenti della Calabria, ma non ne condivise mai le azioni.
Morì il 20 agosto 2011 uccisa dai genitori e dai fratelli, con un omicidio camuffato da suicidio, dopo aver collaborato con la giustizia e testimoniato contro i parenti informando le forze dell’ordine su tutto ciò che sapeva in merito alle cosche di ‘Ndrangheta di Gioia Tauro.

Mi fermo qui, perché il mio spazio e il vostro tempo non sono infiniti, ma la lista è davvero lunghissima.

Probabilmente non sembrerà che ci sia un filo logico in questa carrellata di storie o apparirà incompleta, ma io non voglio che sia solo una lista: questi episodi, questi nomi e questi volti devono diventare l’unica immagine del Paese.

Dobbiamo impegnarci affinché l’Italia non sia più il Paese della mafia.
Dobbiamo farla diventare il Paese di chi combatte la mafia!

La Mucca Intellettuale

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