Da grande sarò Berta Cáceres

Da grande sarò Berta Cáceres

Berta Caceres 2015 Goldman Environmental Award RecipientMilano, 8 marzo 2017
Lotto Marzo.

Il corteo è partito da Piazza Duca d’Aosta, ormai è un po’ che camminiamo e ci fermiamo nelle vie per cambiare i loro nomi con quelli delle donne che sono state dimenticate dalla storia, ma che si meritano di essere ricordate quotidianamente.
Siamo arrivate in Piazza Stati Uniti d’America e, mentre io e le altre donne che con me rappresentano la Women’s March di Milano siamo ferme con le lacrime agli occhi davanti al Consolato americano, viene raccontata la storia di Berta Cáceres, a cui è stata dedicata la piazza.

Ascolto.

Scopro che Berta Cáceres era un’attivista honduregna che è morta troppo presto.

Berta viveva in Honduras ed era molto legata alle proprie origini, che la rendevano parte del popolo indigeno dei Lenca: per questo motivo, quando vide minacciata la propria terra, non esitò ad impegnarsi per difenderla.

Ancora prima di laurearsi e prendere l’abilitazione all’insegnamento, nel 1993, fondò il COPINH, Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras, iniziando, così, il suo attivismo che la portò ad interessarsi a temi quali il femminismo e i diritti della comunità LGBT.
Ma ciò che più stava a cuore a Berta era l’ambientalismo. Ecco perché, nel 2006, iniziò una vera e propria battaglia contro le compagnie che stavano progettando di costruire una diga sul Gualcarque, fiume sacro al popolo Lenca.
Berta scoprì, infatti, che i costruttori avevano violato il diritto internazionale in quanto non avevano consultato le popolazioni indigene, che avevano denunciato i rischi a cui le avrebbe esposte la presenza della diga, tra i quali vi erano difficoltà di accesso all’acqua, al cibo e alle materie prime. Arrivata a questo punto delle sue indagini, Berta decise di portare in tribunale le compagnie, riuscendo ad ottenere un intervento da parte della Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
Dal 2013, le proteste del popolo Honduregno si fecero sempre più aspre e si raggiunse l’apice con l’uccisione di un membro del COPINH da parte dei militari durante una delle manifestazioni.
Berta era ormai diventata il simbolo di quella ribellione così agguerrita che il popolo Lenca stava portando avanti in difesa della propria terra e della propria vita e fu per questo che divenne il bersaglio principale dell’esercito honduregno, della polizia e delle compagnie contro cui stava vincendo le cause.

Prima di morire, dichiarò:”L’esercito possiede una lista di 18 difensori dei diritti umani da uccidere ed il mio è il primo nome. Io voglio vivere perché ci sono ancora tante cose che desidero fare ma non ho mai pensato di smettere di combattere per il mio territorio e per una vita dignitosa anche perché la nostra battaglia è legittima. Io faccio attenzione alla mia sicurezza personale ma nel mio paese, dove l’impunità è totale, sono vulnerabile. Mi vogliono morta, e alla fine ci riusciranno”.

Berta aveva ragione.

La mattina del 3 marzo 2016, alcuni uomini armati entrarono nella sua abitazione di La Esperanza, ferirono Gustavo Castro Soto, un attivista che la sosteneva e che si trovava con le in quel momento e spararono a Berta, uccidendola.

Berta Cáceres non si è mai fermata, ha proseguito nella sua giusta lotta anche quando ormai sapeva quanto la sua vita fosse in pericolo.

Noi cosa abbiamo intenzione di fare?

La Mucca Intellettuale

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