Il femminismo salverà gli uomini

Il femminismo salverà gli uomini

img_5080Mi chiamo Asia, ogni settimana scrivo qui firmandomi “La Mucca Intellettuale” e sono femminista.
In diversi periodi della mia vita ho avuto problemi con questi modi di definirmi: da piccola venivo presa in giro perché ho il nome di un continente, “Mucca” viene sempre interpretato come un insulto e “femminista” fa paura a un sacco di persone. Soprattutto agli uomini.
Da quando sono un’attivista ho dovuto spiegare spesso che il femminismo non è un tentativo delle donne di prendere il potere sul mondo, non è un modo formale di odiare gli uomini e non è tutta quella serie di stereotipi che sono stanca di sentire e l’ho dovuto spiegare così tante volte che non ho più voglia di mettermi a smontare punto per punto ogni idea folle e sbagliata che di solito sento esprimere sul femminismo.
Oggi voglio provare a raccontare cosa facciamo in un modo che trovo molto più costruttivo: proverò a rispondere alla domanda “a cosa serve il femminismo agli uomini?” magari cercando anche di far capire a chi “si batte per i diritti degli uomini” che il sessismo subito dagli uomini non è la conseguenza del femminismo, ma delle discriminazioni con cui si è cercato di ingabbiare le donne.

So che non si è capito nulla, perciò andiamo con ordine e vediamo quali sono i problemi che affrontiamo oggi.

Attualmente, la società pone dei vincoli sessisti agli uomini che vengono utilizzati come argomentazioni anti-femministe. Prima fra tutte: la condizione dei padri separati.
Qual è il problema?
Quando marito e moglie si lasciano, c’è da decidere a chi affidare i figli e chi dovrà contribuire quasi solo economicamente al mantenimento dei bambini e, spesso, quello che succede è che alla madre viene affidato il figlio e al padre il compito di staccare un assegno ogni mese.
Questo causa non pochi problemi all’uomo che si vede allontanato dai propri figli e, in alcuni casi, solo e in gravi condizioni economiche.
Queste situazioni sono la diretta conseguenza di una mentalità che, nel 2017, vede ancora le donne come “angeli del focolare”, create per badare alla casa e ai figli e che non possono minimamente far parte della vita pubblica, perché il loro posto è in cucina e gli uomini come gli incaricati di portare il pane a casa.
Non sarebbe, forse, meglio uscire dai ruoli di genere come il femminismo chiede di fare da almeno quarant’anni?
Vi è, però, un problema più concreto di questo. Molto spesso capita che sia il padre a dover pagare mensilmente una cifra per il mantenimento della prole. Perché? La legge stabilisce che sia il coniuge che guadagna di più a dover mantenere l’altro (non è il mio ambito, perciò perdonatemi la semplificazione, è solo per capirci: grazie a chi avrà voglia di approfondire e precisare) e, attualmente, esiste ancora quello che viene chiamato Gender Pay Gap, ovvero la differenza di salario tra i generi, a parità di ruolo. Il Gender Pay Gap è favorevole per gli uomini, che si trovano, quindi, ad essere quelli che guadagnano di più. Tutto bellissimo fino a quando non c’è da pagare gli alimenti, vero?
Abbiamo lottato per poter essere indipendenti e guadagnare da sole i nostri soldi, in modo da non dover dipendere dagli uomini e poterci liberamente separare da loro, senza finire abbandonate e affamate senza nessuno che ci mantenesse, ma non abbiamo mai chiesto che la situazione degenerasse in questo modo: cambiamo la mentalità sessista che ci causa stipendi più bassi e vedrete che esisterà la possibilità di eliminare realtà come queste.

A proposito di mentalità e ruoli di genere, ci sarebbe un’altra questione da affrontare.
Spesso le femministe vengono criticate perché si dice che non si preoccupano dell’alto tasso di suicidi che riguarda gli uomini. Io vorrei essere più precisa e dire che non è vero. Uno dei motivi che spinge un numero così alto di uomini a suicidarsi è il loro ruolo nella società.
I ruoli di genere imposti dicono che gli uomini sono il sesso forte e non c’è via di uscita. Ma questa continua rappresentazione degli uomini come superiori a qualsiasi emozione non fa altro che creare uomini vittime della loro stessa condizione.
Quante volte ancora il femminismo dovrà chiedere di superare i ruoli di genere?

Ci sono, poi, alcune situazioni che vengono viste come un vantaggio palese delle donne sugli uomini, ma che in realtà non sono altro che esempi del sessismo che ancora subiamo.
Eccone alcune:

-Per lo stesso reato, una donna ed un uomo non verranno giudicati allo stesso modo. O meglio, la pena sarà minore se a delinquere è una donna. Le motivazioni di questi fenomeni si possono facilmente riscontrare nella mentalità del “sesso debole”, secondo cui le donne sarebbero in secondo piano anche nell’ambito della criminalità. Questa visione rischia di “deresponsabilizzare” le donne, portando così a pene inadeguate. È ingiusto ed è un pericolo.

-Vi ricordate della leva obbligatoria? Vi ricordate anche di qualche donna che è stata chiamata alle armi? No, perché per le diciottenni non è mai esistito l’obbligo di “servire il paese” in questa maniera. Sembra un privilegio e per questo molto spesso si accusa il femminismo di non aver fatto nulla per la parità in quanto non si è occupato di questo problema, che ha toccato solo gli uomini. Il punto è che la richiesta delle femministe non è mai stata quella di far tornare a casa i soldati. Quello che si voleva ottenere era un posto nell’esercito anche per le donne.

-L’ultimo spunto che vi lascio, ma che, ovviamente, non chiude la questione perché si potrebbe andare avanti all’infinito, è un problema che tratta anche Chimamanda Ngozi Adichie in “Dovremmo essere tutti femministi”.
Quante volte avete sentito parlare di donne arrivate ad un traguardo “dandola a qualcuno”? Sembra facile arrivare in alto così, vero?
Questo è un altro caso in cui sembra ci sia un privilegio, invece c’è sessismo.
Partiamo dal presupposto che in questo caso “darla a qualcuno” equivale a corrompere o avere raccomandazioni, quindi si smonta immediatamente l’idea per cui con un bel culo si arriva ovunque e le donne sono in vantaggio perché possono “comprarsi” il capo in questa maniera: la disonestà non ha sesso. Vorrei farvi riflettere sul fatto che non si tratta di una possibilità in più, ma di una condizione in cui le donne sono, nei fatti, sminuite. Arrivare ai piani alti di un’azienda “dandola” non significa avere la strada spianata, non significa avere un potere, significa solo avere accesso al potere di qualcun altro (ma questo lo spiega meglio Chimamanda, quindi, assolutamente, leggete il suo discorso). C’è da considerare, inoltre, che l’esistenza di situazioni come queste ha reso, di fatto, meno credibile l’ascesa delle donne nel mondo del lavoro: quante volte avete sentito reazioni come “a chi l’hai data per stare lì?” riferite a donne assolutamente competenti che si sono guadagnate i propri successi, ma che sono vittime di questo stereotipo?
Senza contare che se esiste un’offerta esiste anche una domanda, quindi dovremmo, in primis, farci venire qualche dubbio sulla professionalità e sul valore di certi datori di lavoro, che in molti casi non chiedono, ma ricattano, quindi mi chiedo dove stia il privilegio femminile.

Chiudo qui, perché il mio spazio e il vostro tempo non sono infiniti, ma sarei felice di dare il via alle vostre riflessioni e discussioni, purché siano costruttive.
Perché ciò accada, però, è giusto che io faccia una precisazione: come avete potuto notare, il mio articolo non vuole analizzare la realtà oggettiva dei dati (ragione per cui non ne ho citati), ma solo dare una risposta alle critiche anti-femministe e una serie di spunti che facciano riflettere sull’impatto positivo del femminismo sulla vita degli uomini, perciò non pensiate che io voglia generalizzare e credere che ogni situazione sia esattamente come l’ho descritta, sono semplificazioni che ho fatto per rendere chiaro il mio discorso e perché sono, di fatto, la trascrizione più precisa delle critiche che ho sentito, mosse, a loro volta, con superficialità.
So bene che la realtà è più complessa di così!

La Mucca Intellettuale

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