Catcalling: contro chi puntare il dito?

Catcalling: contro chi puntare il dito?

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Ci sono episodi, pezzi della tua vita, che per anni ti sembrano aspetti secondari. Ti sembrano marginali, quasi confusi e in generale non ti aspetteresti di certo che possano avere presa sulle persone o cambiarne addirittura il punto di vista. Ecco, è proprio in questa situazione che mi trovavo fino a qualche settimana fa.

Torniamo indietro nel tempo di circa una ventina di giorni. Scena: Torino, ore 17.35, il Capybara esce di casa con indosso abiti sportivi coperti da un lungo cappotto nero che faceva pentant con il mio terribile mood da studentessa in piena sessione d’esame. Insomma, parliamo di un outfit d’effetto, accuratamente studiato e coronato da un bel paio di scarpe da ginnastica comprate per fare jogging, in uno slancio salutista, ma mai davvero utilizzate per quello scopo.
Fin qui è tutto molto banale, e mi piacerebbe potervi dire che, attraversando la città a piedi, io abbia avuto la possibilità di rilassarmi e godermi il tramonto mentre raggiungevo il centro per incontrare il mio ragazzo. Già. Mi piacerebbe molto, ma se tutto fosse andato così serenamente io non sarei nemmeno qui a scrivere un articolo.

Quello che è successo quel pomeriggio mi fece arrivare mezz’ora dopo a registrare video in cui ero letteralmente fuori di me e a caricarli sulla pagina Instagram del tucamingo. In quei video, agitata da un misto di ribrezzo, odio e impotenza, descrivevo quello che mi era successo: non una, non due, nemmeno tre, ma addirittura quattro persone mi avevano molestata verbalmente in un arco di tempo di circa 30 minuti (sono stata fuori casa dalle 17.35 alle 18.05 circa). I commenti andavano dal tremendamente gettonato “Ciao, bella!” al più raro, ma comunque per niente banale “Me lo fai un bocchino?” fino all’evergreen della molestia verbale: la rinvigorente fischiatina di apprezzamento.

Vorrei potervi dire che sia stato questo l’elemento scatenante, il turning point, l’epifania che mi ha fatto decidere di scrivere questo articolo. Beh, no. Questo genere di esperienza per me è fin troppo frequente, si parla quasi di una scabrosa routine. Il punto è che quel giorno, per la prima volta, io ho condiviso senza mezze misure quanto mi era successo e le reazioni che quei video hanno suscitato mi hanno fatto capire che avevo fatto la cosa giusta. Mi hanno fatto capire che denunciare questo problema e delineare soprattutto la condizione di vittima che mi ha fatto sperimentare era qualcosa che andava fatto con più frequenza.

Qualche settimana dopo ne ho parlato al meeting con le fantastiche donne della Women’s March in quello che è stato un ricchissimo momento di confronto personale. Tanti sguardi comprensivi mi hanno fatto realizzare quanto comune fosse questa esperienza e quanto peso avesse condividerla. Dopo quel giorno ho provato a parlarne con mio padre. Mio padre, aka quello che è scettico a prescindere e se convinci lui hai vinto tutto e ciaone. Mio padre è passato dal guardarmi con scarsa convinzione al raccomandarsi due o tre volte prima di lasciarmi uscire di casa, perché ora avverte il pericolo quotidiano così come lo avverto io.

Parlandone con mio padre sono arrivata a costruire un quadro completo. Gli ho raccontato di come, appena dodicenne, i commenti che sentivo per strada erano già arrivati a un tale livello di frequenza da farmi avere letteralmente paura di uscire. Gli ho detto di come questa cosa mi fece vivere male il rapporto con la mia fisicità: io cambiavo in fretta, maturavo e mi trasformavo in una giovane donna, ma le mie amiche ancora no. Le mie amiche, purtroppo o per fortuna, ancora non avevano sperimentato cosa volesse dire portarsi le proprie curve e la propria femminilità addosso come se fossero un handicap, una caratteristica invalidante. Quindi, se certe cose venivano dette a me e non a loro, il problema ero io.

Questo pensiero arrivò a tormentarmi. Arrivai persino a pensare che il problema fosse il mio naso. Forse era quello, sì, a darmi quell’aria da ragazza facile, perché se i ragazzi, gli uomini, se i maschi si permettevano di dirmi certe cose era perché qualcosa in me suggeriva la mia disponibilità, giusto? Purtroppo, all’epoca, in piena adolescenza, mi risposi di sì, che era giusto. E quindi se un compagno di classe mi diceva che avevo la faccia da porca, ridevo, anche se non avevo ancora dato il mio primo bacio. Se un coetaneo faceva una battuta sulla mia sessualità, io passavo oltre e mascheravo con del finto imbarazzo ciò che in realtà era rabbia e disagio. Se un uomo per strada commentava il mio corpo, io mi stingevo nella giacca e correvo via, senza dire niente, convinta che l’unica cosa che potessi fare era nascondermi.

Ecco, ora non mi sembra più il caso. Non c’è niente da nascondere, perché questi atteggiamenti, che mi auguro di poter presto designare come crimini, sono alla luce del sole. Dobbiamo parlarne di più, rispondere a tono e, soprattutto, far passare l’idea per la quale non si tratta di complimenti , ma di violenza. E in questo caso non si parla di opinione, ma di ipocrisia e di ignoranza. Non si può non denunciare come crimine e come violenza un comportamento che ti porta a chiederti due o tre volte se sia il caso o meno di indossare il rossetto prima di uscire di casa. Non si può sminuire la potenza brutale di uno sguardo che ti fa sudare freddo e che ti fa accelerare i battiti cardiaci. Uno sguardo unto di desiderio che ti fa sentire preda.

Quando abbiamo cominciato a considerare più giusto avere la libertà di trasformare un altro individuo in un oggetto sessuale piuttosto che avere la libertà di poter uscire di casa serenamente?

Forse questo è considerato un argomento trito e ritrito da alcuni, mentre altri potranno persino faticare cercando di capire a cosa mi sto riferendo, ma non mi importa. Questo articolo non è scritto per voi, non principalmente almeno. Questo articolo è pensato per tutte quelle ragazze che a causa di questa forma di violenza hanno cominciato a viversi come un problema e che non sanno come smettere. Per tutte quelle che hanno imparato a puntare il dito contro se stesse e mai contro gli altri. Ragazze mie, ci vorrà del tempo per passare oltre e non lo nego, ma lasciate che ve lo dica: sono già tanti i vostri carnefici. Non permettetevi di vestire i loro stessi panni. Cambiate prospettiva.

Always yours,

Il Capybara Femminista

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