Latte e biscotti con Tano

Latte e biscotti con Tano

Quasi dieci anni fa bevevamo insieme una limonata sulla spiaggia di Acireale, vicino a Catania, godendoci le spensierate parentesi delle vacanze estive. Io che con la mia pelle pallidissima da milanese imbruttita mi scottavo già il secondo giorno di mare (e mi ritrovavo costretta a scendere in spiaggia in maglietta) e lui che, da vero siciliano verace, era sempre di una sfumatura di marrone che io da piccola potevo associare solo ad una barretta Kinder.
Mai, e lo ripeto, mai, ci saremmo immaginati di ritrovarci a Torino, molti anni dopo, da studenti universitari, da buoni amici e da femministi.

Tano comincia a parlarmene così.

Sì, mi definisco femminista, se teniamo in mente quale sia la definizione di femminista, ovvero una persona che crede nella parità politica, economica e sociale tra i sessi. Però ovviamente ci sono delle iniziative o dei pensieri che magari vengono portate avanti da esponenti del femminismo, o da persone che si dicono femministe, che non condivido o che magari non trovo utili. A volte trovo alcune cose un po’ estreme, poi non so, magari sono io che non sono ancora abbastanza risoluto. Poi sarà un po’ una frase da alternativo hipster, ma in un certo senso penso che darsi un’etichetta può essere molto limitante. Rischi di attribuirti pensieri e posizioni che poi magari non ti riguardano nemmeno.

Come è essere un ragazzo femminista?

Non è diffusa come ideologia tra i ragazzi. C’è una bruttissima tendenza ad associare il femminismo con il concetto di debolezza. Se un uomo si interessa a certe politiche innanzitutto viene guardato con curiosità perché si pensa che siano cose che non gli competono, della serie “Cosa te ne frega dei diritti delle donne?”. E poi l’immagine che di conseguenza rischi di crearti è quella di “ricchione”, un altro ruolo che nell’immaginario comune e sbagliato è associato alla debolezza, un po’ come qualsiasi cosa esca strettamente dall’area di competenza del ruolo di genere maschile, dopotutto. Insomma, c’è molta ignoranza in giro e per non incappare in delle cattiverie molti uomini si tengono lontani dal femminismo, ed è per questo che siamo in pochi. Tra l’altro spesso il concetto di parità su cui si basa il femminismo viene forviato con slogan o idee che non sono funzionali per il movimento, e che sottolineano un’idea di superiorità delle donne sopra agli uomini. Questo non è femminismo, ma il fatto che concetti del genere vengano portati avanti da persone che si dicono femministe, funziona da deterrente.

Ti sei mai ritrovato a dover spiegare a qualcuno che cosa sia il femminismo?

Mi ci ritroverò sicuramente dopo questa intervista! Comunque no, se non in qualche occasione su Facebook, ma comunque, sai, è molto difficile avere un confronto costruttivo sui social, dove tendenzialmente non si cerca un dialogo, ma si vuole imporre la propria idea. In certi casi mettersi a spiegare lo trovo persino inutile. Un conto è avere davanti una persona che vuole avere una conversazione, un conto è avere davanti una persona che vuole solo avvalorare la tesi per la quale le donne devono stare in cucina e gli omosessuali sono anormali. È illusorio pensare che da una conversazione su Facebook si possa fare cambiare idea ad una persona che parte da questi preconcetti.

Parliamo del post che hai mandato ad Eretika e che è stato pubblicato sulla pagina di abbatto i muri. Era estremamente originale e mi ha fatto prendere in considerazione un nuovo punto di vista.

Sì devo dire che in quell’occasione mi era stranamente venuto un colpo di genio. Diciamo che in quel post ho semplicemente associato la violenza sulle donne alla violenza sui bambini. Mi sono interrogato sulla violenza. Studiando un minimo di pedagogia ho imparato che se da una parte si parla di un minimo di predisposizione biologica, dall’altra si parla soprattutto di educazione e di ambiente socio-culturale. Mi è venuto da pensare a quanto siano frequenti le espressioni di violenza (quante volte anche qualcuno dei lettori ha ricevuto uno schiaffo da bambino o una sculacciata). E ho notato che si considera poco questa forma di violenza in associazione al comportamento di una persona adulta.

Quindi come ti poni nei confronti della violenza di genere?

La persona violenta non è giustificata ad agire in quel modo, ovviamente è un atteggiamento che va, non punito, perché non mi piace come termine, ma va regolato, e ovviamente non è implicito che una persona con dei trascorsi particolari diventi un adulto violento. Però c’è da considerare che non è un caso e che spesso sono manifestazioni consequenziali. Bisognerebbe trovare una matrice della violenza sulle donne, e credo che interrogandoci sulle forme di educazione potremmo facilmente trovarla. Se ci fosse un’educazione adeguata forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di perseguire la violenza di genere, perché, idealmente, non esisterebbe come crimine.

Come si concretizza questa educazione adeguata?

Educazione adeguata è un termine abbastanza vago, me ne rendo conto. Ovviamente si deve tenere conto delle culture e delle abitudini, capisco che tante cose influiscono, (anche solo le disponibilità economiche). Ciò che tengo a dire è che ci sono degli atteggiamenti e delle abitudini nei processi educativi che vengono considerati normali, ma che invece andrebbero attenzionati. Tipo, appunto, il fatto dello schiaffo o della sculacciata. Con troppa facilità vengono dati schiaffi ai bambini. E poi, pensiamo alle motivazioni che magari un padre si ritrova a dare a un bambino dopo averlo colpito. “L’ho fatto perché ho avuto paura”, “L’ho fatto perché ti voglio bene”. Ci sono uomini che nel rapporto di coppia motivano la violenza nello stesso identico modo, e qui secondo me emerge il tratto della consequenzialità. Tra l’altro collettivamente tendiamo a esaltare questa educazione violenta. Pensa a quante volte si sente dire in risposta ad un qualsiasi comportamento sbagliato “Ah, se ne avesse prese di più da piccolo!”. Io questa idea dello schiaffo come modello educativo non la concepisco, anzi, la trovo deplorevole. Utilizzare una punizione violenta può indurre il bambino a non associare alla punizione l’errore che ha commesso, ma a pensare, invece, che quello sia l’unico modo di reagire a qualcosa che lo turba.

Lo ringrazio sinceramente e metto da parte il registratore. Ora parliamo un po’ dei bei vecchi tempi.

                                  Il Capybara Femminista

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