Politically (in)correct

Politically (in)correct

img_0343Com’è difficile rimanere lucida quando internet è il posto che frequenti di più.

Quando il mio pollice tocca l’icona di qualche social network sullo schermo del mio telefono, la mia mente deve prima superare il panico e poi prepararsi al peggio, perché quando sei un’attivista devi sapere contro cosa stai andando, quindi cancellare tutti i contatti che seguono Salvini o altre pagine di estrema destra sarebbe quasi controproducente.
Così mi è capitato spesso di inciampare (e farmi male davvero) in qualche frase, qualche foto creata ad hoc per fomentare odio e, tra questo genere di post, ho potuto anche leggere quelli in cui si cercava di piegare la lingua alla rabbia.

Ho imparato che “politicamente corretto” è un insulto che si rivolge a chi vuole usare un linguaggio che non sia razzista, omofobo o sessista.
Ho imparato che se non dici “neg*ro” per riferirti a una persona che vive nel sud del mondo, sei buonista, ma non ho imparato che cosa significa buonista; ho imparato che se quella persona che vive nel sud del mondo decide di venire a vivere in Italia, allora “neg*ro” non basta più per definirlo, bisogna aggiungere che è un parassita e la causa di ogni male e, se non lo fai, la categoria in cui rientri è quella dei “radical chic”, ma nessuno mi ha mai definito questo neologismo; ho imparato che esiste un’ideologia che si chiama “gender” e che è una cosa cattiva, sembra quasi un reato, un peccato capitale, peggiore di gola, lussuria e accidia e io penso di essermi macchiata di questa atroce azione, perché riconosco l’omofobia in “frocio” e la meno nota transfobia che viene fuori quando, parlando delle donne transgender vittime della schiavitù della prostituzione, si dice, con leggerezza, che qualcuno “è andato coi trans”. Peggio ancora quando lo si scrive nei giornali.
Per non parlare, poi, di quando trovi gente che fa slutshaming e provi a dire che è sbagliato: in quel caso sei una femminazi. Già, “nazi” perché non c’è differenza tra volere la parità e mettere in piedi un genocidio per fare pulizia etnica, vero?

Ecco, io credo di meritarmi tutte queste belle parole perché ho l’abitudine di utilizzare un linguaggio che sia corretto e non offenda le persone solo perché potrebbero essere incasellate dentro a delle “categorie”.

Però succede, a volte, che, all’ennesimo “buonista”, la rabbia prende anche te e la vista ti si annebbia.

Come si fa in questi casi?

Come si fa quando si legge e si vede qualcosa di troppo ingiusto?

È difficile mantenere la lucidità e non cadere nella violenza verbale davanti a chi sparge odio, quando non riesci a sopportare le persone che chiamano “opinione” gli insulti o la classificazione della razza umana in esseri umani di serie A ed esseri umani di serie B.
A volte è impossibile non ribollire di rabbia davanti a un commento razzista, in altri casi a far prudere le mani sono proprio gli insulti che ci prendiamo perché il nostro linguaggio non è condito di discriminazione, ma non bisogna mai cedere.

Il modo migliore per contrastare chi parla con odio è continuare a ed essere dei buonisti radical chic che usano parole politicamente corrette, così da chiamare ogni cosa, ma, soprattutto, ogni persona col nome che si merita.

E così verrà fuori che dietro a “frocio” c’è un ragazzo che si vive la propria sessualità come gli pare, come è giusto che sia e che “quella troia che se l’è cercata” è stata vittima di revenge porn e magari, chissà, scopriremo che si scrive “leghista”, ma si legge “fascista” e quante volte sentiamo dire “cattolico”, ma sarebbe più corretto “fondamentalista”.

La Mucca Intellettuale

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