Il lavoro più antico del mondo

Il lavoro più antico del mondo

img_0006Potevo avere dieci, forse undici anni, e, abitando tra Via Ponte Seveso e Via Tonale, a due passi dalla Stazione Centrale di Milano, ebbi presto l’occasione di incontrarle. Si trattava per lo più di donne cinesi con le facce stanche, solcate da rughe troppo profonde che creavano uno strano contrasto con le gambe snelle che spuntavano dalle loro gonne. Gonne anonime, capelli scialbi e scarpe più simili a ciabatte che a consone calzature. Molto diverse dai lunghi stivali in pelle con prepotenti tacchi a spillo di Vivian, la mia eroina di Pretty Woman. Si avvicinavano schive ai passanti, inspiravano grosse boccate di fumo alla nicotina dalle sigarette perennemente incastrate tra le loro lunghe dita. Chiedevano 10- 15€ in cambio della loro compagnia.

Dieci euro. Mi chiedevo perplessa dove fosse il loro Richard Gere, mi chiedevo dove tenessero i preservativi, non avendo gli stivali in cui nasconderli, mi chiedevo se avrebbero mai fatto shopping sul Rodeo Drive. Soprattutto mi chiedevo se davvero potesse valere così poco una donna. La perplessità era piano piano svanita, mano a mano che quelle scene e quelle facce divenivano sempre più familiari.

Avevo quindici anni quando le signore con gli occhi a mandorla cominciarono a spartirsi la zona con un paio di giovani ragazze albanesi. Forse non erano mai state così giovani, forse è il ricordo delle lunghe code di cavallo e del trucco curato che mi porta fuori strada . Forse era un caso che sembrassero ragazzine, forse faceva parte della loro divisa: un manager senza cravatta non ispira la stessa fiducia, così come una prostituta senza l’aria sbarazzina, forse, non ispira lo stesso desiderio. Entrarono nella mia quotidianità. Davvero cominciai a considerarlo un lavoro come un altro con i suoi pro e i suoi contro, con i suoi clienti e la sua retribuzione. Sorridevo quando vedevo lo scanzonato di turno guardarsi losco alle spalle prima di avvicinarsi a una di loro. Mi sembrava strano che qualcuno potesse dubitare della consapevolezza della gente. Cosa c’era da dubitare? Tutti sapevamo di cosa si trattava.

Ero una diciassettenne quando alle solite che ormai mi erano ben note si aggiunse una ragazza che poteva avere dai venti ai venticinque anni. Penso lavorasse da sola, fissa sempre all’angolo della strada, esattamente ad un isolato da casa mia. Tornavo a casa tardi un paio di sere a settimana: mi trattenevo in Via Murillo a studiare giapponese. La signorina, così avevo cominciato a chiamarla, mi dava tanta sicurezza. Mentre affrettavo il passo verso il mio appartamento, stretta nel giaccone, ancor più stretta dal freddo di Novembre, pensavo alla signorina e a come era coraggiosa lei, che del freddo e del buio aveva fatto la sua professione.

Crescendo, coltivando il mio femminismo e facendo dell’attivismo il mio stile di vita, ho cominciato a guardare alla prostituzione con uno sguardo più critico. Ho cominciato a biasimare quelle donne che sputavano sui piedi delle giovani albanesi, donne piene di odio per quei corpi turgidi che rappresentavano le mine che avrebbero potuto far saltare i loro matrimoni, se gli impavidi mariti-soldato vi si fossero incautamente avvicinati. Ho cominciato a difendere l’innocenza di quelle che i giornali si sono sempre affrettati a liquidare come “baby prostitute”, vittime ancora minorenni di una società che dipinge le donne come oggetti, anzi, che le incolla sui muri delle città e le trasmette su tutti i canali televisivi, che le rende decorazioni, le rende involucro vuoto, le rende sesso e poi le biasima per aver risposto positivamente all’incentivo dato. Ho cominciato a guardare con orrore alla quantità di giovani coinvolte nel traffico di persone tra Nigeria, Corea e Romania, alla quantità di denaro e di interessi implicati.

Ora. Io non ce l’ho una soluzione per fermare la prostituzione. Forse non la voglio nemmeno fermare, perché difenderò fino alla morte il diritto per il quale, con il proprio corpo, una donna dovrebbe fare ciò che vuole.
Ciò che voglio fermare a tutti i costi, invece, è il sacco di ipocrisia che ci portiamo tutti dietro. Il punto è che ciò che la donna davvero vuole, spesso, in questi casi, non conta affatto. Il punto è che si parla di sfruttamento e di violenza e quindi di crimini da denunciare. Si parla di evitare che una donna possa sentirsi talmente sola e abbandonata alle proprie forze da doversi vendere come unica alternativa per la sopravvivenza. Si parla di uscire da una realtà in cui siamo abituati, tutti, tutti i giorni, a puntare il dito con astio verso una gonna troppo corta, scorta ad un’ora troppo tarda della notte, indosso ad una donna troppo appariscente, senza realizzare che lo sporco non sta in lei, ma nel mondo che la circonda e nella realtà che, su una strada, con una fila di clienti smaniosi, ce l’ha voluta.

Il Capybara Femminista 

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