Ignoranza che uccide

Ignoranza che uccide

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Non sorriderò scrivendo questo articolo. Non lo comporrò con l’entusiasmo di voler cambiare le cose, non lo arricchirò di battute ironiche e non aggiungerò inglesismi pop. Farò in modo, piuttosto, che le parole si incastrino luna all’altra portando il peso di tutta la mia amarezza, del mio sconforto e della mia incredulità.

Non c’è bisogno che spieghi a fondo quanto sia stato intenso il sentimento di orrore che ho provato l’altra sera, Lunedì 16 gennaio, nel sentire al telegiornale le parole “Due femminicidi in 48 ore a Milano”. Mi auguro che quel brivido di disgusto che mi ha scosso da testa a piedi sia sceso lungo la schiena di tutti gli spettatori. Non voglio dilungarmi nel descrivere le lacrime che mi hanno riempito gli occhi guardando la schermata con i dati sui delitti di genere. (Più di 1700 negli ultimi quindici anni). Non voglio nemmeno sottolineare il senso di impotenza che mi ha colto nel sapere che il 72% di questi crimini si è consumato all’interno del nucleo famigliare: assassini con la faccia di mariti, compagni, fidanzati e figli.

Ma del fatto che, il mattino seguente, i commenti più sentiti siano stati “Dobbiamo insegnare alle donne a denunciare” e “Ancora con questa storia dei femminicidi?”, ecco, di questo è proprio il caso di parlare.

Prima di tutto mettiamo in chiaro che io non ce l’ho con queste persone. Con quelle i cui commenti sono andati a parare proprio su questi due punti sgorganti ignoranza. No, carissimi, non sono arrabbiata. Per voi provo piuttosto una grande pena. Se solo sapeste che non state facendo altro che occultare a voi una visione del mondo poco comoda. Se solo sapeste che ridurre un gesto assassino a un impulso di passione, ira o istinto non è che una forviante analisi del delitto. Se solo vi rendeste conto che, come afferma la professoressa Patrizia Romito in “Silenzi assordanti”, anche l’eufemizzazione del linguaggio (“Sono omicidi come gli altri! Perché chiamarli femminicidi? Voi volete solo dei privilegi!”); la disumanizzazione delle vittime e la loro colpevolizzazione (“Se l’é andata a cercare! Avrebbe dovuto denunciare il marito violento!”) e la naturalizzazione del crimine (“Si sa che gli uomini sono violenti, siamo animali, dopotutto!) non sono che altri meccanismi per occultare attivamente la violenza di genere, allora, probabilmente, vi fareste pena anche voi.

Sono stanca di sentire parlare di questo “fenomeno” solo per fare polemica. Arrovellarsi su come chiamare questo tipo di crimini o meno serve a poco. Per quanto mi riguarda potremmo pure ricominciare a chiamarli “delitti d’onore”, perché questo sono. Gesti estremi di uomini che si sentono in diritto di porre fine alla vita di una donna, perché donna. Perché la sua vita vale meno o comunque non abbastanza per essere risparmiata.

Ecco, piuttosto, lavoriamo su questo. Preoccupiamoci del fatto che una fetta della nostra popolazione (no, non sono i “negri”, no, nemmeno i “terroristi”) si stia abituando a vedere le donne come oggetti di scarso valore. Che sia forse colpa dei ruoli subalterni che vengono affidati alle donne nel mondo del cinema? Che sia colpa della terminologia sessista ancora oggi utilizzata per indicare i titoli di merito? Che sia colpa delle immagini distorte proposte dalle pubblicità che vogliono le donne più simili a manichini che a esseri umani? Che sia colpa delle oscenità trasmesse in televisione, su tutti i canali, a tutte le ore, che ritraggono donne il più svestite possibili, il più mute possibili?

Sì.

Sì, è colpa di tutto questo tanto quanto è colpa nostra. È colpa nostra se ci abituiamo a questa realtà, è colpa nostra se non vediamo il problema. Non è cultura, non è tradizione, non tirate in ballo queste scusanti. È solo ignoranza. Quel tipo di ignoranza che uccide.

Il Capybara Femminista

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