Da grande sarò Carrie Fisher

Da grande sarò Carrie Fisher

img_0143In questo periodo, circa un anno fa, mio padre mi guardò speranzoso a colazione e mi chiese: “Verrai con me a vedere il nuovo film di Guerre Stellari, vero? Tua madre non vuole accompagnarmi.”
Essendo parecchio digiuna di cinema, accettai di buon grado nonostante non avessi mai seguito la saga e conoscessi la trama solo vagamente.
Sono appassionata di film fin da piccola e ho sempre nutrito un particolare interesse per personaggi femminili di una certa età, middle aged li definirebbero a Hollywood. La Principessa Leila di “Guerre Stellari: Il Risveglio della Forza” era uno di quelli.
Nonostante sia apparsa in poche scene rispetto ai colleghi protagonisti, il personaggio interpretato da Carrie Fisher attirò subito la mia attenzione e no, non perché il mio cuore appartiene da sempre alle donne mature del grande schermo. Nella Leila non più ragazzina di Episodio VII scorgevo quella malinconia e rimpianto legate a un passato tormentato ma anche una forza e tenacia degne di un Generale di tutto rispetto.
Una volta tornata a casa decisi di guardare il resto della saga e mi informai anche sul cast, come sono solita fare quando un film attira il mio interesse. Fu così che venni a conoscenza della variopinta personalità di Carrie Fisher: sagace, autoironica, senza peli sulla lingua. Scoprì anche che l’attrice non mi era per nulla sconosciuta, l’avevo già vista in film come The Blues Brothers, Harry ti presento Sally e aveva scritto la sceneggiatura di Cartoline dall’Inferno, capolavoro di Mike Nichols con Meryl Streep e Shirley MacLaine.
Non furono solo la sua personalità e il suo notevole curriculum ad affascinarmi, ma anche la sottile ironia e la disarmante sincerità con cui raccontava le proprie esperienze.
“Rendo divertenti le situazioni difficili in fretta, altrimenti ti perseguitano e basta,” questa era la sua filosofia di vita.

Figlia d’arte di Debbie Reynolds e Eddie Fisher, Carrie crebbe come quella che i giornalisti oggi definiscono Hollywood royalty. Iniziò ad apparire al cinema a 17 anni e a 19 fece il boom con “Guerre Stellari: Una Nuova Speranza”, uscito nel 1977. Il suo personaggio, Leila Organa, era inizialmente presentato come una principessa coraggiosa che si batteva per una giusta causa e che aveva osato sfidare il nemico, finendo imprigionata e rischiando la morte. Veniva salvata in seguito da un piccolo gruppo di ribelli, dimostrando ben presto di sapersela cavare anche da sola.
Nonostante Leila infrangesse lo stereotipo della damigella in pericolo, Carrie in alcune interviste non si trattenne dal sottolineare come George Lucas, regista e sceneggiatore dei film, non fosse riuscito a creare un personaggio femminile a tutto tondo. Leila infatti non riusciva a dimostrare di essere una “donna forte” senza risultare rigida e aggressiva, non poteva essere una principessa guerriera senza essere percepita come una space bitch.
Per questo motivo, spiegò la Fisher, nel terzo film della saga originale “Guerre Stellari: Il ritorno dello Jedi” si sentì il bisogno di rendere Leila più accessibile al pubblico maschile. Si sentì il bisogno di renderla più dolce e accattivante e meno bitch. Motivo per cui Carrie dovette indossare un bikini dorato e delle catene per interpretare la principessa prigioniera e schiava di un enorme lumaca di nome Jabba. L’attrice non fu particolarmente contenta, cosa che fece trasparire sarcasticamente nelle sue numerose interviste. Da damigella in pericolo a sex symbol, il personaggio di Carrie aveva infranto gli stereotipi per poi rimetterne assieme i cocci.
“Non essere una schiava come lo ero io, continua a combattere contro quel costume,” disse ironicamente alla sua giovane collega Daisy Ridley (Rey in Episodio VII) in un’intervista nel 2015.

La Fisher trattò diverse volte dell’ipocrisia hollywoodiana, un’industria dove le donne sembrano avere una data di scadenza mentre gli uomini sono più o meno immortali.
“Lavoro in un’industria in cui le uniche cose che contano sono il peso e l’aspetto fisico. Ed è una cosa tremendamente sbagliata,” affermò in un’intervista a Hollywood Reporter, aggiungendo che aveva dovuto perdere circa 16 chili per riprendere il ruolo di Leila in Episodio VII e che anche a 19 anni, per Episodio IV, le era stato chiesto di dimagrire nonostante non ne avesse minimamente bisogno.
“Non c’è molta scelta per le donne sopra i 27 anni. Gli uomini non invecchiano meglio delle donne, semplicemente è loro concesso di invecchiare,” spiegò recentemente, denunciando la mancanza di ruoli scritti per attrici over 30/40 rispetto ai colleghi uomini della stessa età.

Il suo candore irridente non si distinse solo nel parlare di questioni di genere; Carrie era famosa anche per la sincerità con cui raccontava la sua passata dipendenza da droghe e i problemi mentali di cui soffriva. Nei suoi libri semi-autobiografici (tra i più famosi: Cartoline dall’Inferno, Wishful Drinking e il più recente The Princess Diarist) raccontava storie verosimili ispirate alla sua vita e a quella della sua famiglia. “Convivere con una psicosi maniaco-depressiva richiede un enorme paio di palle. Posso dire di avere disturbi mentali. Non me ne vergogno. Sono sopravvissuta, sto ancora sopravvivendo, per cui fatevi sotto.”
Carrie costituiva l’emblema della donna che ha raggiunto il successo nonostante i numerosi problemi di salute, era fonte di ispirazione e di inspiegabile saggezza per tutti i suoi fan – la paladina della salute mentale. Era la celebrità impegnata a suo modo nel sociale prima ancora che le campagne di sensibilizzazione dei vip andassero di moda e, soprattutto, appoggiava costantemente le persone affette dai suoi stessi problemi. “Potete condurre una vita normale,” sosteneva sempre, lei ne era la prova vivente. A chi non sapeva come inseguire un sogno nonostante la malattia, Carrie consigliava: “E’ normale avere paura, ma fatelo comunque. Ciò che è importante è agire. Non bisogna aspettare di avere fiducia in se stessi, fatelo e prima o poi la fiducia arriverà.”

Carrie Fisher era il modello di riferimento femminile per antonomasia. Era una donna affetta da bipolarismo che rifiutava di essere definita come un’isterica, un’eccentrica. Una donna che parlava apertamente di malattia mentale per interromperne lo stigma e che sfidava gli archetipi sessisti. Era una donna introdotta nel mondo dello spettacolo grazie alla celebrità dei suoi genitori, ma che ha meritato il successo grazie al suo talento, alla sua vivacità e sagacia. Una donna che si batteva per quello in cui credeva e che non ha mai mollato.
Grazie, Carrie.

Giorgia Trentini

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