La vedova dell’Holi

La vedova dell’Holi

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Stimata tra le foto più belle di questo anno 2016: una vedova indiana sdraiata su un letto di petali. La sua pelle è tinta dei colori in polvere utilizzati durante la festività dell’Holi, celebrata al tempio di Gopinath, a Nuova Delhi.

La foto può colpire per la luce, il contrasto dei colori, la nitidezza di quei fiori. Ma si carica di tutta un’altra serie di significati se teniamo presente qual è il ruolo della donna nella cultura Induista e, sopratutto, che trattamento è riservato alle vedove, la cui presenza, fino a qualche anno fa, non era permessa durante la festa dell’Holi. La festa che celebra la vittoria del bene sul male, che celebra l’arrivo della primavera, l’abbandono dei dolori e l’incontro con gli altri, bandiva le vedove, ritenute di cattivo auspicio.

Il ruolo destinato alle donne è codificato nel Codice di Manu, raccolta di leggi che risale al V secolo e che descrive come le ragazze debbano restare sotto la tutela degli uomini della famiglia che, a patto di mantenerle, possono disporne a loro piacimento. Ma, col tempo, persino il vincolo del mantenimento è diventato pesante: avere una figlia femmina obbligava la famiglia a mettere da parte il denaro e i possedimenti che avrebbero composto la dote della giovane futura moglie. L’idea della dote era nata con “nobili” fini, poiché il marito avrebbe dovuto conservarla per la donna in caso di vedovanza o, udite udite, in caso di ripudio; tuttavia, questa tradizione sfociò presto in quelli che sono i meri meccanismi della compra-vendita. Ma anche questo non è stato sufficiente. La donna, se pur ormai brutalmente ridotta a merce, rappresentava l’ingenza di spese che spesso le famiglie non volevano sostenere. Ecco dunque che le donne arrivano a praticare l’aborto selettivo per evitare di generare figlie femmine. Le donne che non partoriscono figli maschi, vengono infatti abbandonate dai mariti e, se questi non hanno provveduto a mettere da parte per loro una piccola pensione, le donne, divenute nubili, sono destinate alla mendicanza e all’estrema povertà. La stessa sorte tocca alle donne vedove a cui spesso rimangono solo due alternative: il Sati, ovvero la tradizione funeraria che prevede che la donna si lanci tra le fiamme della pira del marito, o le elemosina, nella speranza di racimolare qualche rupia.

Per molto tempo le donne indiane hanno trovato il solo scampo a questo turbinio di emarginazione e violenza nella conversione ad altre religioni, come il cristianesimo o il buddismo, a cui sceglievano di dedicarsi attraverso la vita monastica. Paradossalmente, i voti religiosi rappresentavano la promessa di una vita libera dalle oppressioni del matrimonio o da quelle di una casta di infimo ordine.

Oggi, finalmente, sembra che ci si stia muovendo verso un cambiamento che, se pur lento, può essere rilevato dal fatto che in India, su 397 milioni di lavoratori, 124 milioni sono ora donne.
Nancy Lockwood, della Società per la gestione delle risorse umane, racconta di come l’India, da vent’anni a questa parte, stia vivendo un cambiamento sociale in forte contrasto con le aspettative della sua cultura tradizionale. Questi cambiamenti hanno portato le famiglie indiane a dare opportunità di istruzione alle ragazze, ad accettare che le donne lavorino fuori casa, perseguendo una carriera e aprendo la possibilità a queste ultime di raggiungere ruoli manageriali aziendali.

La strada per l’emancipazione delle donne indiane rimane ancora lunga e tortuosa. Il fattore religioso rimane un fattore determinante nella condizione di disparità da loro vissuta: la religione induista, come ormai avrete appreso, nega apertamente alle donne le stesse possibilità che possiedono i loro padri, fratelli, mariti e figli . Secondo l’Induismo, alle donne non resta che sperare di rinascere uomini.

Il Capybara Femminista

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