Non ho il coraggio di chiamarti per nome

Non ho il coraggio di chiamarti per nome

img_0111Oggi vi racconto di X. È una persona, ma censuro il suo nome. Non per rispetto della sua privacy o di lui, non ho alcuna intenzione o voglia di mostrargli il rispetto che non si è mai meritato: lo faccio perché il suo nome mi fa ancora rabbrividire.

Lo conobbi quando ero davvero molto piccola, nemmeno tre anni, e da quel momento per me fu impossibile vivere serena. Sto parlando di una persona totalmente normale: un Maschio. Era tutto ciò che ci si aspettava da un vero maschio. La sua stazza così imponente attirava l’attenzione su di sé anche quando lui non c’era; le sue parole, pronunciate con una superficialità disarmante, esprimevano tutta la sua sicurezza, dovuta alla certezza che nessuno potesse contrastarlo, nel dire che aveva potere su chiunque, soprattutto su qualunque donna capitasse nel suo mirino; tutti quei comportamenti così sbagliati erano legittimati da chi gli stava intorno, lo ammirava e faceva di tutto per imitarlo alla perfezione.

La sua presenza non è stata costante e forse anche questo ha contribuito a creare in me un disagio insopportabile e insopprimibile, perché c’era solo in determinate occasioni e perché, quando c’era, si divertiva a cambiare personalità, carattere, atteggiamenti e comportamento come fossero un paio di mutande sporche, confondendomi e rendendomi sempre più spaesata ogni volta che tentavo di costruire un minimo di stabilità all’interno del finto rapporto di amicizia che la nostra situazione ci aveva imposto. Quale situazione? Questa: le nostre famiglie si conoscono da tanti anni, da quando io ne avevo tre e lui ne aveva quattro e il contesto in cui si sono incontrate è il più bello di tutti, quello di una spensierata vacanza al mare, ma, da quel momento in poi, aggettivi come bello e spensierato si sono dimostrati assolutamente inadeguati per descrivere le mie vacanze nei sedici anni successivi. D’accordo, mento dicendo che sono stati proprio tutti un terribile inferno, ma solo perché i primissimi non posso ricordarmeli, ma posso comunque assicurare che quello che c’è stato durante i periodi che posso riportare alla mente senza sforzo è bastato per segnare, in maniera trasversale, ogni singolo aspetto della mia vita, anche se può essere difficile crederlo.

Parliamo, quindi, di cosa è rimasto stampato nella mia mente come un’etichetta che, negli anni, mi ha sempre dato un’indicazione su come la mia esistenza dovesse essere, in un modo molto semplice: sarai tutto il contrario di ciò che ti rende felice, libera o umana quanto tutti gli altri.

Una premessa che bisogna fare su di lui riguarda il modo in cui attirava a sé tutti i presenti, che iniziavano ad orbitare intorno a questa X nel momento in cui compariva e che ne erano diventati tanto dipendenti da sentirsi persi quando non c’era. Tenendo a mente questa situazione, possiamo iniziare un flashback che ci riporti a quei tempi, episodio dopo episodio, con un ordine assolutamente casuale deciso esclusivamente dalla mia memoria, che me li sta ripresentando davanti agli occhi a partire dalle battute di un dialogo.

X: “Ti si è visto tutto”

Vittima: “Eh, se me lo tirate giù!”

Si parlava del costume di questa vittima, un bikini violentemente privato di uno dei due pezzi al momento più opportuno da poter mostrare al maggior numero di persone che anche lei aveva qualcosa su cui sedersi. La vittima in questione è una ragazza di qualche anno più grande di me, credo frequentasse le Medie quando io non vedevo l’ora di finire le Elementari, ma la quinta sembrava lontanissima, quindi lui poteva avere circa nove anni e lei non più di dodici o tredici. Il posto in cui andavo in vacanza, un villaggio turistico troppo piccolo e chiuso per farti evitare le brutte situazioni, era pieno di ragazzine dell’età della vittima che subivano questo genere di trattamento in continuazione, da lui o da loro coetanei, ed era tutto normale, perché era uno scherzo. Era tutto uno scherzo, ma vedere gli altri riderci su e scamparla ogni volta non lo rendeva meno violento ai miei occhi e quindi, alla paura di essere protagonista di questo tipo di episodi nella quale vivevo, si aggiungeva anche un rifiuto di questa condizione, ma lo vivevo solo io, perché è la X che tiene le redini delle nostre menti e non è possibile uscire dall’orbita. Perciò, vedendo come tutti accettavano divertiti questa situazione, cominciai io a sentirmi sbagliata e fuori luogo e a comportarmi e ad essere trattata come una ragazza sbagliata e fuori luogo: io non mi adeguavo alle mode (soprattutto quella di seguire la X ed esultare trionfante, cercando di imitare ogni suo gesto violento), io venivo presa in giro, davanti ai miei occhi o alle mie spalle, perché ero diversa, io non sapevo spiegare a parole perché quello che succedeva era sbagliato e allora mi difendevo colpendo con quella bellissima borsetta che alla fine ho rotto, io venivo presa per pazza.

Quando sei diversa hai due possibilità: soffrire per l’emarginazione o capire che a volte essere diversa significa essere l’unica giusta. Io feci entrambe le cose, perché non sopportavo la solitudine di base a cui ero destinata, soprattutto perché era mascherata da divertimento e compagnia, ma sapevo, in cuor mio, di non sbagliarmi affatto, perciò ho continuato, anche se troppo spesso privatamente, a sostenere quella voglia insaziabile di giustizia che risultava essere l’unica spiegazione valida al mio disagio.

Episodi di questo genere hanno sicuramente contribuito a formare in me un’enorme insicurezza nei confronti dell’altro sesso, del mio corpo, della mia sessualità e soprattutto delle situazioni in cui queste tre cose entravano in contatto, ma non sono stati gli unici.

Andare al mare circondata da ragazze-tavola ed essere l’unica a cui piace mangiare, l’unica che ingrassa più per lo sviluppo della pubertà che per il cibo, l’unica a cui cresce il seno è davvero, davvero, davvero dura. Per quanto riguarda il mio peso, mai stato un problema finché non si sono intromessi gli altri, credo che sia il responsabile, o almeno uno dei responsabili, del mio apparire più brutta delle altre agli occhi dei ragazzi con cui ero costretta a passare le mie giornate a causa di una incolmabile mancanza di altri coetanei. Tutto ciò mi ha portato ad essere rifiutata, l’unica non desiderata, l’unica che non ha mai dato un bacio, l’unica che probabilmente non ne riceverà mai uno: quest’ultima convinzione si rivelerà, col tempo, la più difficile da abbattere. È ancora in piedi.

Parlando del mio seno, invece, mi si rivela davanti agli occhi un altro orribile ricordo. Questa volta la vittima sono io. A causa del mio desiderio di essere accettata in quel gruppo che a me stava fastidiosamente stretto, decisi di giocare con gli altri a uno di quei giochi con cui si intrattengono i ragazzini durante la pubertà obbligandosi a vicenda ad una intimità che, per una dodicenne strapiena di rifiuto nei confronti dell’unica società che aveva visto, è decisamente troppa. Quindi accetto di giocare e capita che a uno di quei ragazzi viene in mente di scoprire cosa succede quando si dà carta bianca e via libera alla X: gli aveva detto che poteva farmi quello che voleva e io non potevo sottrarmi a quest’ordine perché così era il gioco. La X aveva mostrato, forse anche per finta, solo per il mero gusto di umiliarmi, una tale ossessione per il mio seno -l’unico della compagnia- che mi aveva fatto odiare l’idea stessa di averne uno, detestavo l’intimo e doverlo usare, i miei reggiseni erano sempre la cosa meno a forma di reggiseno che potessi trovare e che possibilmente fasciasse e appiattisse il più possibile. A parte gli effetti che questa sua fissa aveva avuto sulla mia vita, non era difficile immaginare cosa avrebbe deciso di farmi la X, ma, visto che io, istintivamente, mi ribellai, gli altri e le altre gli tolsero di mezzo il fastidio della mia volontà: mi tennero ferme entrambe le braccia, fecero in modo che non potessi in alcun modo ostacolare quel momento e lui ebbe, finalmente, la possibilità di sperimentare con le sue stesse mani la meravigliosa consistenza di una seconda coppa B.

È passato tanto tempo, il seno mi è cresciuto a dismisura, adesso amo scegliermi l’intimo più bello che trovo e neanche me lo ricordo più di aver avuto una seconda, ma nella mia memoria è rimasto qualcosa di agghiacciante: io mi aspettavo che prima o poi, durante uno di quegli squallidi giochi, sarebbe successo, me l’ero immaginata proprio in quel modo, ma non pensavo che avrebbero dovuto tenermi ferma, ero convinta che non ce ne sarebbe stato bisogno, perché, in fondo, un po’, lo volevo. Mi davano tanto il tormento continuando a sottolineare che non avevo mai avuto un ragazzo che quel genere di violenza rappresentò, per me, l’unico modo per sentirmi desiderata e apprezzata e non esiste al mondo una cosa più difficile, per me, di ammettere che questo è vero.

Insomma, anche se di tanti episodi, che magari hanno visto protagoniste ragazze che non sono io, ora non mi sto ricordando, posso affermare con certezza che a quel posto e a quella X sono legati i dolori peggiori che all’epoca non sembravano giustificabili e mi fecero sentire sbagliata, inadeguata, fuori luogo, diversa, di troppo e mai abbastanza.

Ciò che è più paradossale di tutta questa storia è il mio inguaribile attaccamento alla X. Quella situazione di goliardia in cui io mi sentivo a disagio ha fatto in modo che io credessi di essere la causa del mio non-rapporto con questo ragazzo e mi ha portata a impegnarmi per tentare l’approccio al fine di instaurare una normale relazione umana.

La verità, però, è che non c’è niente di normale in tutto questo. Non è normale quello che ho subito io, non è normale quello che hanno subito tutte le altre ragazze e, soprattutto, non può essere considerato normale che comportamenti del genere vangano trattati come degli scherzi, come qualcosa di giusto, da imitare.

Se qualcuno, a quei tempi, mi avesse spiegato che a me non veniva da ridere perché non c’era niente da ridere, non sarei stata in silenzio subendo il mio disagio, avrei reagito.

Non so se ora avrei il coraggio di dire il suo nome proprio grazie a quelle reazioni o se non avrebbero avuto alcun effetto su di me, su di lui o sugli altri, ma so che chiamare le cose col loro nome è fondamentale se vogliamo cambiare le cose ed evitare che le ragazze e le bambine si ritrovino in queste situazioni: perché non si combatte uno scherzo, si combatte una violenza.

#NeAbbiamoTuttiBisogno

La Mucca Intellettuale

 

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