Combattiamo contro secoli di significato

Combattiamo contro secoli di significato

img_0097Il sessismo nel linguaggio. “Questo sconosciuto”, starete pensando. Beh, in un primo momento lo abbiamo pensato anche noi e per approfondire il tema e capire al meglio il panorama in cui si sviluppa, ci siamo armate di curiosità e siamo andate al convegno “Donne con la A”, ospitato il 1^ Ottobre 2016 dalla Casa Delle Donne di Milano.

Nel corso dell’incontro, insieme ad alcune consigliere comunali della Lombardia, associazioni di attiviste e professoresse del calibro di Barbara Mapelli, si è parlato di come molte professioni ancora non appaiano con il suffisso di genere femminile, nonostante questo sia ammesso dalle regole della lingua italiana.
È stato fatto notare, e qui voglio richiamare la vostra attenzione, che le professioni in questione sono soprattutto quelle che implicano ruoli di potere o appartenenza a una classe, per così dire, “elitaria”: assessore/assessora, consigliere/consigliera, sindaco/sindaca. La questione della desinenza femminile non incontra invece alcun ostacolo nel caso di professioni più comuni e dai più considerate “umili” come: parrucchiera, postina, portinaia etc. etc.
È evidente, dunque, che l’ostacolo non è di natura linguistica o grammaticale, come molti vorrebbero sostenere, ma è, invece, di natura culturale. In particolare è frutto di convenzioni sociali specchio di una cultura sessista ormai sorpassata.

Il punto è che la disparità, che il problema espone, non è affatto superficiale e non si limita a una letterina scritta come suffisso.
Prendiamo l’esempio proposto dalla Professoressa Mapelli, che ci ha fatto riflettere su un caso molto semplice: se si proponesse a una bambina di disegnare un assessore su un bel foglio bianco, sarebbe naturale aspettarsi che disegni un uomo, con i pantaloni, e magari anche con un gran paio di baffi.

Questo introduce il discorso della rappresentazione. Se al giorno d’oggi solo ciò che viene rappresentato può e ha diritto di esistere, una ragazzina che cresce con una lingua che non declina una serie di professioni “al femminile” è di fatto allontanata dalla prospettiva di incarnarle. L’esempio evidenzia, appunto, limiti di prospettiva: l’idea di diventare assessora non è descritta a livello linguistico e questo rende più difficile pensare di poter attualizzare quanto la lingua non permette di contemplare. Questa difficoltà determina una disparità non dovuta al merito, bensì, direttamente assorbita da una convenzione culturale e quindi, per quanto ingiusta, può essere cambiata. E dovremmo farlo. #NeAbbiamoTuttiBisogno.

Il Capybara Femminista

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s