Quando l’unica fonte è quella bianca

Quando l’unica fonte è quella bianca

IMG_3132L’idea per questo articolo mi è giusto venuta l’altra sera, quando dopo una giornata di studio sono uscita a distrarmi con due delle migliori amiche che un Capybara Femminista potesse desiderare. Beh, non so che immagine vi siate figurati voi, ma per noi, quella sera, non ci sono stati pettegolezzi o risatine.

Abbiamo invece parlato per quasi tutto il tempo di colonialismo, di come tutti ne stiamo ancora palesemente vivendo le conseguenze e, soprattutto, di perché ci è stato insegnato a scuola come se fosse niente più che una svolta economica. Perché parlando della scoperta dell’America (okay, ormai mi viene da ridere alla parola “scoperta” perché penso sia l’espressione più eurocentrica mai pronunciata) il nostro prof ha fatto appena cenno ai Nativi Americani? Perché dei centinaia, anzi, dei migliaia di africani che sono stati deportati dalle loro terre per servire l’uomo bianco ci è stato detto solo che “sulle navi morivano di stenti”?

Potrebbe forse centrare qualcosa con tutto questo il fatto che ad oggi i centinaia di morti e dispersi nel mediterraneo non abbiano per noi un nome o un volto? Potrebbe ricollegarsi a questo il fatto che “migranti” sia ormai la descrizione di un fenomeno dal gusto paranormale, tanto indefinito, quanto inquietante?

Beh, noi non siamo sociologhe o antropologhe, ma una risposta mi sono sbilanciata a trovarla. Non sospettiamo della ricchezza della cultura dei Nativi Americani e non conosciamo le storie degli esseri umani che si aggrappano con speranza alle nostre coste,  per lo stesso motivo per cui immaginiamo la conquista del Far West come un’impresa eroica ed eccitante: per le fonti.

È servito “Balla coi lupi” per dare una scrollata all’uomo bianco, farlo inciampare nei suoi stessi piedi e fargli notare quanto pericoloso fosse cadere dal suo piedistallo. È servito che tutte le comunità native americane si unissero formando una catena compatta di centinaia e centinaia di persone quando la DAPL ha minacciato le loro terre, perché ci ricordassimo che la loro cultura non solo è ancora pulsante, ma va ben oltre il viso dipinto che scimmiottiamo alle feste in maschera. Cosa smantellerà le ideologie razziste di questi concittadini armati di termini come “ong mafiose” e “buonisti”?

Ciò che voglio dire è che le fonti con le quali le informazioni ci giungono plasmano un’enorme fetta dell’informazione stessa. Soprattutto quando si parla di culture e di civiltà, la scelta migliore che possiamo fare è dare la parola agli esponenti del  gruppo in questione. Credo fermamente che nessun giornalista possa esprimere tutta la verità o il valore che possa, ad esempio, avere un hijab per una donna musulmana: riservatevi la ricchissima possibilità di interpellarne una. Credo che nessun politico possa trarre conclusioni sui motivi che spingono un essere umano ad attraversare un mare intero a bordo di un gommone, lasciandosi alle spalle tutto ciò che conosce, non senza chiederglielo direttamente, almeno,  possibilimente in prima persona.

In questo periodo storico più che mai, dove una manciata di leader stretti alle proprie poltrone (lo sono tutti, anche i più populisti, non fatevi trarre in inganno!) ha la facoltà di esprimersi su intere civilità definendone il destino politico ed economico, informarsi scegliendo le fonti più adeguate, che nella maggior parte dei casi sono le più dirette, è di vitale importanza per chiunque voglia esercitare il proprio potere politico nel rispetto del proprio raziocinio. È di importanza ancora più impellente per chiunque voglia andare oltre, facendo valere non solo i propri diritti di cittadino, ma anche quelli di essere umano.

Non possiamo fare a meno di formare una resistenza ora , ma l’augurio che mi faccio è che questa rappresenti, anche, tutti quei gruppi minoritari ancora rappresentati solo da dati numerici e stereotipi, i cui diritti e le cui volontà vengono troppo spesso solamente presunti.

Mi auguro che questi gruppi trovino la forza di esprimere le loro idee, che attraverso nuovi leader possano trovare la voce che dia forma, finalmente,  a una nuova e preziosa fonte diretta. E quando media, autori, giornalisti e scrittori daranno infine a questi nuovi leader lo spazio per parlare,  mi auguro che le loro storie trovino  orecchie tese per ascoltare, braccia tese per accogliere.

Il Capybara Femminista

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La sottocultura LGBT tra polari, camp e San Sebastiano

La sottocultura LGBT tra polari, camp e San Sebastiano

IMG_1428Se pensate che il gruppo LGBT non sia in grado di produrre una sottocultura, vi sbagliate! Come tutte le minoranze, in particolare come tutte le minoranze più marginalizzate e perseguitate, anche omosessuali, lesbiche, cross dresser e drag queen hanno dato vita, ormai da secoli, a codici di espressione e di aggregazione che vanno dal linguaggio al gusto estetico, dalla moda alle icone.

Andiamo con ordine.

Gli omosessuali esistono da sempre e con loro qualsiasi gruppo non si possa identificare nel modello normativo eterosessuale cisgender: non sono un’invenzione della modernità, dai vostri bambini, nelle scuole, non vogliono niente di niente e non fanno nemmeno parte di una lobby di illuminati o di rettiliani, benché ci sia chi è pronto ad affermare il contrario.

Nonostante ciò, è necessario aspettare il ‘700 perché l’omosessualità venga riconosciuta come un orientamento sessuale e non sia più associata ad un singolo atto erotico (detto sodomia) e perché dunque passi l’idea dell’omosessualità come di una caratteristica connaturata e propria dell’individuo fin dalla nascita. Tra le conseguenze negative di questa presa di coscienza (come la persecuzione e il rinsaldamento dei ruoli di genere come escamotage per non incappare nell’accusa di “inversione”) almeno una conseguenza positiva ci fu: gli lgbt cominciarono a riconoscersi come gruppo, come minoranza.

Nelle grandi città europee si diffondono locali clandestini per omosessuali dove tra canti, balli e travestimenti, nasce un sentimento di appartenenza. Nascono amicizie, amori, hanno luogo scambi di idee, anche tra importanti intellettuali, e sbocciano così i primi semi di una cultura di cui molti aspetti sopravvivono ancora oggi.

Innanzitutto ci fu bisogno di creare una lingua. Un linguaggio idiomatico che permettesse agli omosessuali di riconoscersi tra loro senza incappare nelle critiche dell’opinione pubblica o, peggio, nel manganello della polizia. Così, in Inghilterra, nelle Molly Houses del ‘700, nasce il “polari”. Al polari sono stati dedicati studi di Linguistica, come quello ad opera di Paul Baker e, sebbene la sua diffusione sia stata consistente solo fino alla prima metà del ‘900, alcune espressioni come “otter” o “fairy” (per descrivere un omosessuale dal fisico tonico e villoso o uno invece più effemminato) resistono tuttora. Portatrici sane delle più importanti tracce di quella che possiamo definire a tutti gli affetti una lingua, sono le drag queen: tra la cultura Drag si conserva ancora un buon uso del polari anche grazie all’associazione “The sisters of perpetual indulgence” le cui componenti si battono e si impegnano affinché questo sistema di comunicazione sopravviva nel tempo!

L’elemento più importante, più complesso e senza dubbio più affascinate della cultura LGBT, però, è sicuramente il “camp”.

Il camp non è facile da definire e non è nemmeno mai stata data una traduzione soddisfacente in lingua italiana. C’è chi parla del camp come sinonimo di “trash” o “carnevalesco”, ma il camp va oltre le stoffe pacchiane e i colori pop. Isherwood, nel suo romanzo del 1954, definisce il camp una “sensibilità”, paragonabile al Tao cinese.

A metà tra il gusto estetico e un modo di vedere il mondo, il camp non si prende gioco delle cose, non le deride, ma le accosta affinché il loro stesso lato ironico possa emergere. Gli elementi fondamentali del camp sono l’incongruenza ( l’ossimoro ne è il cuore pulsante: il contrasto uomo-donna è quello più gettonato); la teatralità (camp deriva infatti dal gergo teatrale francese “se camper”, ovvero “esibirsi occupando l’intero palco”); e l’umorismo, che, in origine, permetteva di esorcizzare con l’ironia la crudeltà di una società in cui essere omosessuale voleva dire andare in prigione o essere sottoposto a lobotomia.

 

Camp è l’esibizione di una drag queen o la collezione di un dandy; camp sono delle piantine sistemate in una cassa per lo sciacquone o le foto di Fred Holland Day dove un giovane omosessuale viene rappresentato come San Sebastiano. Scelta non casuale: San Sebastiano era diventato una vera e propria icona gay già dall’ ‘800: rappresentato dall’iconografia cattolica come un ragazzo atletico dai capelli lunghi, legato ad un tronco e trafitto dalle frecce del suo martirio, Sebastiano rappresentava per gli omosessuali del XIX secolo le sofferenze di una vita alla mercé di psichiatri e medici da cui erano dipinti come “deviati” dediti al vizio.

Come avrete già capito, l’idea di icona gay non è di certo nuova e San Sebastiano non era ovviamente l’unica. Uno per tutti fu James Dean che, in “gioventù bruciata”, in quanto rappresentante (estremamente sexy) di una mascolinità sofferta e in lotta con la produttività borghese, divenne una leggendaria icona lesbica. A lui si ispira lo stile butch con le t-shirt bianche messe al contrario (in modo da simulare lo scollo maschile e coprire lo sterno) e i capelli corti tirati indietro con la brillantina. Non parliamo poi di Carmen Miranda! Cantante di origine portoghese, si presentava sul palco con immensi orecchini di pietre dure e caschi di frutta sul capo: sensuale, allegra, oggettivamente pacchiana, in ogni locale gay c’erano spettacoli da lei ispirati e, beh, come biasimare questa scelta?

Insomma, se oggi abbiamo le meme dedicate a Maria De Filippi, prima avevamo i cheap movies di Batman e Robin. Se oggi sono Beyoncé e Lady Gaga ad essere le queen indiscusse del mondo gay, prima pendevamo  dalle labbra di Mae West e Judy Garland: tutti nomi celeberrimi, ma, ciò che conta davvero,  sono gli elementi che stabiliscono un continuum: lo spirito di rivalsa, la voglia di divertirsi e, soprattutto, un immenso e giustificato #pride!

Il Capybara Femminista 

Latte e Biscotti con The Gipsy Marionettist

Latte e Biscotti con The Gipsy Marionettist

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Se c’è qualcosa di cui non ho mai saputo niente, questa è sicuramente la cultura Rom, perché, a causa di un pregiudizio che si fa troppa fatica ad abbattere, è tra le meno conosciute al mondo. Grazie ad un incontro casuale durante una delle sue esibizioni, abbiamo avuto l’opportunità di parlarne con Rasid e ovviamente non potevamo non condividere il frutto di un’intera mattinata di scambio.

  • Chi sei? (Fai pure riferimento alle tue origini, alla tua professione e a qualsiasi tua passione o aspetto di te che pensi ti caratterizzi)

Mi chiamo Rasid Nikolic, sono Serbo-Bosniaco, di etnia Rom. Mi sento Rom, mi sento anche italiano, ma non credo nei confini sulle mappe. Faccio il marionettista, ma le marionette non sono solo un lavoro per me, sono il completamento di qualcosa di più grande, quindi per me tutte le deformazioni fisiche, mentali, strutturali che ho arrivano da questo mestiere: la pazienza, saper aggiustare le cose, saper fare le cose, pensare prima di fare qualcosa…

Ho iniziato con uno spettacolo pop e adesso, invece, sto costruendo uno spettacolo più introspettivo, sul mio lato oscuro, e in generale mi sono sempre trovato in difficoltà nel fare uno spettacolo raccontato: non mi piace, cerco di usare le marionette senza parole e di usare il linguaggio del corpo.

  • Chi sono i Rom? (Parlaci un po’, se puoi, della cultura Rom: quali sono le sue origini? Quali sono gli aspetti più importanti? Esiste una coscienza di popolo tra i Rom?)

I Rom sono una popolazione del nord dell’attuale India, che ha iniziato un esodo a causa della militarizzazione forzata dopo i numerosi attacchi da parte della Persia: erano contadini costretti a imbracciare le armi, popolazioni che non volevano combattere, così sono scappati.

Intorno al 900-1100 (la stima è stata fatta sulla base della storia della lingua Romani, che deriva dal Sanscrito), partono da quella zona e nel 1400 raggiungono il centro Europa. Nel 1500, vengono schiavizzati in Europa e nel 1767, mentre gli schiavi neri vengono liberati in America, i Rom vengono liberati in Romania, il Paese europeo dove la schiavitù era più radicata, (sebbene fossero già presenti in tutta Europa). Quando i Rom vengono liberati, hanno l’opportunità di indossare il vestito tradizionale romeno (come gli altri cittadini liberi), ma dopo essere stati schiavizzati per 300 anni,  avevano completamente perso tutta la loro cultura e l’unica cosa che sapevano era di essere schiavi, poveri e non acculturati, e hanno portato avanti questa tradizione, perché ormai non sapevano niente della loro storia. Indossare l’abito voleva dire sparire,  in poche generazioni sarebbero diventati romeni e basta (ma attenzione all’assonanza tra Rom e romeni: non sono sinonimi). Così hanno deciso, in segno di protesta, di indossare quegli abiti, ma molto più colorati. Oggi in Italia si riconoscono i Rom solo quando si vedono questi abiti e gli unici Rom che gli italiani conoscono e riconoscono sono quelli che vivono la povertà, così  l’abito che per una cultura è un segno di protesta, per un’altra è il riconoscimento solo della povertà.

Per un periodo i Rom hanno chiamato loro stessi zingari (che significa schiavi) perché era il nome che era stato loro imposto, poi, quando negli anni ‘70 è stato fatto il primo congresso mondiale del popolo Rom, i diversi gruppi (Rom, Sinti, Kalé, Manouch, Romanichals, Khorakhané…) hanno deciso di definirsi Rom, che significa “essere umano”. Hanno scelto una bandiera, che riporta la terra, il cielo e una ruota di carro rossa a 16 raggi che rappresenta i 16 Paesi della tratta del viaggio dei Rom; hanno scelto un inno, Gelem Gelem, che racconta del viaggio dei Rom e del genocidio operato dalla Legione Nera delle SS, genocidio che non è stato riconosciuto dalla storia. Questi erano modi di rappresentarsi e di esprimere la propria appartenenza che i Rom non utilizzavano, ma in cui hanno dovuto imparare a riconoscersi quando è stato chiesto loro di incastrarsi nella scatola della nazionalità.

In tutti questi secoli, però, la cultura Rom ha avuto un ruolo molto importante. Una cosa interessante è che quando gli schiavi neri sono stati liberati in America hanno potuto, anziché indossare un abito, suonare gli strumenti classici americani, soprattutto gli strumenti a fiato, e, appoggiando i ritmi africani rimasti nelle mani degli schiavi dopo generazioni di schiavitù, a quegli strumenti, senza avere la cultura della musica classica, formale e basata sugli spartiti, senza saper leggere le note, hanno creato il jazz. Più tardi, quando sono stati liberati i Rom in Francia, Django Reinhardt ha inventato un genere, che arriva dal flusso delle musettes francesi, ed è l’unico jazz autoctono europeo, che è il jazz manouche. È particolare che due schiavitù del mondo siano confluite naturalmente verso un genere musicale fatto di improvvisazione, fatto di musica senza spartito, di musica fatta con le mani, col sentire, senza delle regole. Penso che riporti anche quello che entrambe le comunità, quella africana e quella Rom, hanno nel loro retaggio culturale: un retaggio fatto di comunità e non di società organizzate, che portano anche nella musica.

Per quanto riguarda la religione, invece, quella dei Rom è basata su diverse superstizioni, su fortuna e sfortuna. Credono nel rispetto dei tempi della natura e anche della morte; ci sono diverse tradizioni un po’ romantiche, come il dover sentire il dolore quando si ripensa al dolore.

  • Raccontaci la tua storia: che origini hai, come hai iniziato a fare il marionettista?

Sono nato nel 1989 e poco dopo è iniziata la guerra. Mio padre ha disertato ed è scappato a Berlino come rifugiato politico e io, mia sorella e mia madre lo abbiamo raggiunto quando abbiamo ricevuto i documenti. Dopo un anno, finito il periodo dell’emergenza, non ci è più stato concesso asilo, ci sono stati dati dei soldi e siamo dovuti andare via. A quel punto i miei genitori si sono ritrovati per la prima volta a chiedersi cosa fare e dove andare, così hanno deciso di prendere un camper, perché è una casa e ti ci puoi spostare, e siamo partiti per l’Italia, insieme ad altri rifugiati, molti dei quali sono rimasti apolidi, perché durante la guerra avevano perso i documenti, andati distrutti.

Siamo arrivati a Torino, dove abbiamo comprato un terreno che poi ci è stato portato via. Siamo stati spostati in un posto dove avevamo servizi, ma che dovevamo pagare, quindi dalla libertà di vivere come volevamo, coltivare e costruire la nostra comunità, ci siamo ritrovati catalogati e indebitati. A quel punto, molti sono finiti nella criminalità, altri nell’assistenzialismo, noi abbiamo fatto elemosina per anni: suonavamo ai citofoni chiedendo aiuto come rifugiati della guerra in Bosnia. Grazie alla volontà dei miei genitori, con un percorso difficile siamo usciti dal campo: mia madre ha trovato lavoro in un ristorante e dopo alcuni anni è diventata cuoca e ha fatto assumere mio padre, mentre per me e mia sorella è stato più difficile entrare nella società, perché non eravamo abituati a quel tipo di vita.

A 16 anni sono uscito di casa e ho fatto il geometra. Ho iniziato a studiare design al Politecnico di Torino, ma poi ho capito cosa faceva un designer, cioè stare seduto tutto il giorno, e capii che quella scrivania non sarebbe bastata per contenere il mio ego. Quindi negli anni ho provato a fare un sacco di cose e a un certo punto ho scoperto le marionette, a Granada, dove ho visto uno spettacolo così brutto che mi ha lasciato perplesso, mi ha urtato così tanto esteticamente che mi ha smosso la mente. Per mesi ho pensato a questo spettacolo ridicolo che avevo visto in strada e ho pensato che potevo fare di meglio. Io intaglio legno da quando ho nove anni, come un hobby, me l’ha insegnato mio nonno, che si chiamava Rasid come me, perciò ho iniziato costruendone alcune con oggetti riciclati e alcune in legno e poi sono andato in Ucraina, grazie al Servizio Volontario Europeo, e lì ho fatto la scuola.

  • Quanto la cultura Rom caratterizza te e la tua professione?

Io non sembro Rom, quindi negli anni quello che ho fatto è stato sentirmi un esempio positivo per la mia cultura, perché ce n’è bisogno. La maggior parte dei Rom in Italia sono integrati, ma essere straniero e integrarsi è una vita pesante, piena di complicazioni, quindi non tutti hanno la forza di alzarsi e dire “Io sono Rom”. Invece io ho deciso non solo di fare marionette, ma di chiamare il mio spettacolo The Gipsy Marionettist. Io so la differenza che c’è tra Gipsy, zingaro e Rom, ma uso la parola Gipsy perché in questo modo porto in strada lo stereotipo positivo del Rom, che è un buon approccio per parlare con le persone e iniziare una conversazione.

Da bambino non sapevo di essere Rom, io sapevo di essere Rasid. Solo quando sono diventato grande ho capito perché mi prendessero in giro,  per me non era così scontato:  la mia vita, per me, era la mia normalità. Poi con gli anni ho fatto finta di non sapere da dove arrivassi, ho cercato di integrarmi, di fare la mia vita, però poi questa cosa è venuta fuori come un conato. Ho fatto ricerche e tutte queste cose le so così nel dettaglio perché sono un attivista: lavoro con un’associazione, Phiren amenca, che è la più grande associazione di giovani Rom: non sono rappresentanti politici, sono solo i rappresentanti di una cultura, anche perché noi siamo a metà. Io mi sento a metà perché non sono d’accordo con tutte le tradizioni Rom e la mia morale si è costruita su un altro modello. Ma nella mia vita posso essere un ottimo rappresentante, un ottimo mediatore culturale, conoscendo, sentendo ed essendo Rom.

  • Parlaci delle tue marionette: come nascono i tuoi personaggi e come prendono vita?

Esistono vari modi per costruire le marionette, per pensarle e per progettarle: io ho un percorso completamente personale. Mi ispiro alla musica e quando sento una canzone che mi tocca, chiudo gli occhi e mi immagino che succeda qualcosa. Come la ballerina di danza del ventre: io avevo sentito una canzone anni e anni prima in un mp3 e quando è arrivato il momento ho ricercato quell’mp3 in casa per mesi, perché non potevo iniziare a costruire senza ascoltare quella canzone e l’ho ascoltata fino alla nausea mentre costruivo la marionetta, perciò la ballerina balla solo su questo e nient’altro.

Le marionette sono una forma di vudù, perciò odio le storie con il lieto fine; per questo  i personaggi che faccio fanno reagire le persone e i bambini in modo particolare, cerco di farli rapportare con sensazioni nuove. Cerco di fare delle marionette originali, tutte diverse tra loro, fatte con materiali diversi, dimensioni diverse e con controlli complessi e tutti diversi per ogni marionetta.  Cerco, quando c’è l’occasione, di parlare dei Rom.

Il nuovo spettacolo, finalmente, sarà uno spettacolo solo per adulti, introspettivo. Vorrei che le persone tornassero a casa riflettendo su quello che hanno visto.

  • L’etnia Rom subisce discriminazioni da secoli. Riusciresti a individuare delle ragioni? Che significato ha avuto/ha per te far parte di un’etnia così marginalizzata?

Immaginate il percorso di queste persone: la fuga da una guerra, il continuo spostarsi, la vita nomade. Stiamo cercando una casa, però ogni volta che siamo arrivati in un posto siamo stati buttati fuori, ritenuti diversi e ritenuti la negazione della cultura: si pensa che non ci laviamo, che non siamo socialmente integrati, che non abbiamo delle regole tra di noi, che non abbiamo nessuna arte che ci rappresenti, che non abbiamo scritture. Siamo ritenuti il contrario della cultura (perché in Italia la cultura e la lingua Rom non sono riconosciute e tutelate) quindi pericolosi per quella che è la costruzione e la costituzione di un’identità nazionale.

Non siamo una forza politica e questo ha portato i Rom a rimanere nei campi anche dopo la seconda guerra mondiale, sebbene il nomadismo non sia una caratteristica dei Rom, non fa parte della nostra cultura, è solo uno stereotipo. Qui in Italia, in particolare, è alimentato dal fatto che regolamenti complessi prevedano che ad un Rom che non ha un posto dove stare vengano messi a disposizione i campi e non delle strutture: i Rom sono l’unica minoranza presente in Italia, siamo circa lo 0,23% della popolazione, che non è tutelata dalla legge. Nonostante questo, più di 2/3 dei Rom sono perfettamente integrati e dell’ultimo terzo la maggior parte vive dentro a case in campi organizzati, alcuni in comunità isolate, Solo pochi altri nel disastro, in campi non organizzati, anche se legali. La mancanza di tutela rende complicato uscire dal campo: quante possibilità hai di trovare un lavoro se appari diverso e sui tuoi documenti c’è scritto che abiti nella “strada del campo”?

  • Che situazione vivono i Rom in Italia? Pensi che ci siano differenze rispetto ad altri Paesi?

In altri Paesi europei ci sono Rom che vivono in comunità, di solito in città. I Paesi dell’est sono quelli che hanno più Rom, ma sono anche i Paesi dove i Rom sono più culturalmente accettati, integrati fino al punto di avere rappresentanti, sindaci Rom, anche se ancora non sono accettati completamente.

Forse la situazione migliore nel mondo per i Rom è in America, perché lì hanno creato una cultura Rom americana fatta tutta di stereotipi, che però sono veri per loro. Sono quelli che sono stati espatriati nel 1400, che sono stati portati in Africa, in Australia e in America. Questi Rom, in America, hanno fatto fortuna, si sono ritrovati in una terra di opportunità, di libertà, e lo stereotipo sui Rom in America è che sono romantici, musicisti, bellissimi, che sono grandi lavoratori. Questo li ha aiutati a vivere e dopo un paio di generazioni quello che era uno stereotipo è diventato vero per quella comunità. Vedere che i Rom in America sono convinti che alcuni stereotipi spropositati siano veri fa sorridere i Rom europei, ma siamo contenti perché loro politicamente se la passano meglio di noi.

  • C’è un messaggio che vorresti mandare?

Io non difendo i Rom a spada tratta. I Rom sono delle persone, voglio solo ricordare questo: sono capaci di sbagliare, di imparare, di cambiare e quindi quello che ritengo necessario è un’occasione, per tutti quanti, di avere una vita migliore, decente. È necessario anche che i Rom diano  a loro stessi l’occasione di dare qualcosa a qualcun altro.

La cultura Rom è sconfinata e conoscerla è importante, ecco qualche spunto:

The GipsyMarionettist (Facebook): https://www.facebook.com/rasid.nikolicMarionettist/

The Gipsy Marionettist (Instagram): https://www.instagram.com/the_gipsy_marionettist/

Opre Roma!(Documentario illuminante, decisamente da guardare)https://www.youtube.com/watch?v=4By9W6vS2nI

Phiren Amenca: http://phirenamenca.eu

Ciclo mestruale: tra free bleeding e tabù

Ciclo mestruale: tra free bleeding e tabù

IMG_1041Il ciclo mestruale.

Queste parole per alcune sono associate alla poesia del ciclo naturale, alla luna, alle sue fasi e al potere creativo dell’organo sessuale femminile. Altre non possono fare a meno di associarle ai crampi, agli sbalzi d’umore e agli sfoghi acneici.
Tutte però, nonostante la nostra esperienza personale, iniziamo presto a capire che il ciclo mestruale è un tabù. Non importa quanto sia sereno il rapporto che abbiamo con le nostre perdite o quanto, in preda ai dolori, vorremmo chiedere aiuto e supporto: di mestruazioni non si parla, se non, in alcuni casi, nell’abbraccio accogliente di una piccola cricca di amiche.

Questo è più o meno quello che è sorto in più di un’ora di concitata discussione tra donne, in occasione dell’evento di Bossy “uniamo l’utero al dilettevole”. Questo, e il fatto che le donne hanno effettivamente bisogno di parlare del loro ciclo! Sì, perché la finestra di un’ora di tempo pensata per il confronto non è bastata. Siamo andate avanti per quasi due ore condividendo ognuna la propria storia: le prime mestruazioni, i dolori, i flussi abbondanti e quelli più scarsi. Le disavventure al mare, le battute che proprio non ci riescono a strapparci una risata, le malattie, le terapie e gli aborti che hanno compromesso il nostro ciclo e, assurdamente, il nostro sentirci donne.

In poco meno di due ore le condivisioni sono state decine e decine e con loro sono arrivati consigli e supporto in un vortice di empatia che ci ha portato, alla fine dell’incontro, a chiamarci “sorelle” e a sentirci davvero come tali.

Sembra davvero, insomma, che questo tabù delle mestruazioni ci stia stretto. Eppure in alcune situazioni ci è difficile dimostrare agli altri quanto naturali e innocue siano “le nostre cose”, perché siamo noi le prime a conoscerle poco, a conoscerci poco, e ad aver ormai assorbito gli insegnamenti di una cultura pregna di superstizioni dal sapore misogino.

A questo proposito è intervenuta Naki (Annachiara) che, con la sua pratica yoga dedicata alla luna e all’energia femminile, ci ha messe in contatto con tutto l’universo contenuto nel nostro piccolo utero. Oltre allo yoga sono tante le abitudini che ci possono aiutare a normalizzare il nostro ciclo e ad assecondare i cambiamenti del nostro corpo. Utilizzare app che ci permettano di monitorare ogni fase del mese può essere utilissimo, ad esempio. Noi del tucamingo ci troviamo particolarmente bene con “Maya”, un’app che, se aggiornata regolarmente, formula anche previsioni sull’ umore, cosa utilissima per chi subisce le altalene emotive della sindrome premestruale! Ogni giorno, poi, Maya condivide consigli e informazioni di carattere medico per aiutarci ad essere più informate, scoprendo i delicati meccanismi che avvengono nel nostro corpo, e per imparare a prenderci cura di noi a seconda della fase del ciclo in cui siamo.

Un’altra pratica interessante, che sta senza dubbio squarciando i veli del tabù intorno alla questione “mestruazioni”, è quella del free bleeding. Il free bleeding, ovvero “sanguinare liberamente”, non prevede l’uso di tamponi o di assorbenti durante “quei giorni”, ad eccezione di qualche asciugamano sui cuscini del divano o sul materasso in camera da letto. Ovviamente lo scopo del free bleeding non e imbrattare il mondo di sangue mestruale, bensì mettere in discussione Tutti i vincoli e le convinzioni che ci portano a vivere il ciclo come un dramma, un segreto da non rivelare  o una semimaledizione.  Con il free bleeding molte donne si stanno effettivamente liberando dei pregiudizi legati al ciclo e stanno coltivando attraverso questa pratica dal sapore ancestrale il rapporto con la loro femminilità, anche semplicemente sperimentandola tra le mura domestiche.

Attenzione però! Se qui in occidente il free bleeding è un’alternativa affascinante, in tante altre parti del mondo questa alternativa non si pone. In moltissimi paesi le donne, in mancanza di prodotti sanitari, vivono i giorni del ciclo in reclusione: il sangue delle mestruazioni in molte culture è percepito come impuro e le donne subiscono questo stigma attraverso l’isolamento. In altri casi, invece, l’allontanamento da pratiche e impegni quotidiani è dovuto a ragioni di tipo pratico e, se qualcosa si sta muovendo in aiuto di queste sorelle lontane, dobbiamo ringraziare chi di mestruazioni ne parla e lo fa liberamente. Grazie ad attiviste come Kiran Ghandi sono nate campagne di sensibilizzazione e di raccolta. Le mie preferite sono Pads4girls, che invia assorbenti lavabili alle ragazze di alcune zone dell’Africa (lunapads.com/pads4girls) e The Homeless Period (thehomelessperiod.com), che pone l’attenzione sulle esigenze delle donne senzatetto.

Insomma, parlare di ciclo e di mestruazioni ha chiari effetti benefici, siamo d’accordo?

Il Capybara Femminista 

Da grande sarò Zendaya Coleman

Da grande sarò Zendaya Coleman

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Okay, devo ammettere che a ‘sto giro è davvero difficile scrivere un articolo ponderato, senza sfociare nel #fangirling che nemmeno una bilieber in piena pubertà potrebbe superarmi.

Da dove cominciare? Vogliamo parlare del fatto che all’ultimo MET gala, Zendaya si sia presentata con un outfit ispirato a Giovanna D’Arco? Vogliamo parlare del fatto che esista una Barbie uguale a lei? O del fatto che sia solita trasformare le sue feste di compleanno in raccolte fondi? ( In occasione del suo diciottesimo, ad esempio, l’obiettivo era raccogliere il necessario per sfamare almeno 150 bambini di Haiti, Tanzania e Filippine).
Oppure potremmo parlare, più semplicemente, di quanto sia probabilmente il miglior modello da seguire per qualsiasi ragazza o giovane donna di questo secolo.

Zendaya, innanzitutto, nonostante la sua visibilità e le sue iconiche sfilate sul red carpet è rimasta “con i piedi per terra”. La fama è entrata nella sua vita quando non era che una pre adolescente, eppure Zendaya non si è montata la testa e dimostra in continuazione di essere “una ragazza normale”. Postando foto senza make-up sui social ad esempio, o ironizzando sulla sua Camminata  poco aggraziata al The Tonight Show, aiuta le adolescenti di tutto il mondo ad approcciarsi con criticità al concetto di “perfezione”, ricordando che nella maggior parte dei casi, quello che ci viene “venduto” come tale, non corrisponde necessariamente alla realtà.

Questo stesso messaggio è stato sicuramente ribadito da Zendaya nel 2015, quando la rivista Modeliste pubblicò una sua foto visibilmente photoshoppata. La risposta arrivò prontamente dalla pagina Instagram di Zendaya dove, sotto a un post che accostava le due foto prima e dopo le modifiche, si leggeva “Sono uscite le foto di un nuovo shooting oggi e sono rimasta piuttosto scioccata nel vedere il mio corpo di diciannovenne così distorto. Queste sono le cose che rendono le donne insicure, che creano ideali di bellezza inverosimili…”.

E quella non fu l’unica occasione in cui Zendaya dovette difendere la sua integrità. Probabilmente ricordiamo tutt* l’imbarazzante commento di Giuliana Rancic sull’hairstyle che completava l’outfit di Zendaya in occasione degli Oscar del 2015. Al bellissimo abito bianco, la nostra eroina aveva abbinato dei dreadlocks (quelli che noi in Italia chiamiamo “rasta”), scelta che Giuliana Rancic evidentemente non apprezzò, affermando che le ciocche sembravano puzzare di patchouli e marijuana. Anche in quel caso Zendaya dimostrò di avere carattere, oltre che a una grande cultura e a una buona dose di rispetto per se stessa, definendo il commento della Rancic, rivolto a una Zendaya all’ora 18enne, non solo un mero stereotipo, ma anche un’osservazione decisamente offensiva.

Questa paladina, però, non protegge solo se stessa dalle accuse del web: è infatti sempre pronta a sostenere le altre donne, rompendo lo stereotipo che ci vuole in costante competizione. Per fare un esempio, è stata iconica la sua risposta al discutibilissimo post di una pagina sessista e apertamente misogina, che aveva condiviso su Twitter le foto con e senza make-up di Shannon, una Youtuber americana, con i commenti che potete ben immaginare. Zendaya rispose scrivendo “Quel momento imbarazzante in cui questo tweet non ha senso perché Shannon spacca in entrambe le foto.” Il tutto accompagnato dell’hashtag #wannaborrowmyglasses, ovvero “vuoi che ti presto gli occhiali?”.

Insomma: filantropa, businesswoman, Femminista (per davvero), paladina del bodypositive e sempre pronta a sfruttare la sua visibilità per parlare dei diritti degli afroamericani . Non posso che augurarmi di essere come Zendaya. Quando sarò grande, ovviamente.

Il Capybara Femminista 

 

Guida al corpo femminile: i gusti del patriarcato

Guida al corpo femminile: i gusti del patriarcato

IMG_0738Questo articolo è dedicato a chi pensa che le donne abbiano raggiunto la parità dei sessi con il diritto di voto. È dedicato a chi vuole farci credere che sia normale, per noi donne, arrivare a dedicare alla “cura” del nostro aspetto esteriore intere ore al giorno. È dedicato a chi pensa che una donna sia effettivamente libera di scegliere per se stessa, non capendo quanto il nostro stile di vita sia condizionato da un mulinello di privazioni e doveri che finiscono per farci sentire un pezzo di carne o, nel migliore dei casi, felici di esserlo.

Ecco una breve guida al corpo femminile che dimostra come quasi ogni parte di noi sia costantemente vittima del logorante giudizio altrui o del viscido richiamo del patriarcato.

Il sorriso.
Alzino la mano le donne a cui non è mai stato richiesto esplicitamente di sorridere. Magari fuori contesto; magari mentre si andava al lavoro o a scuola, di fretta, correndo per non perdere l’autobus; magari da un uomo in giacca e cravatta, magari da uno un po’ più trasandato: non importa quale fosse la sua età o la sua nazionalità, voleva il tuo sorriso. Qualcosa di tanto naturale e involontario è diventato strumento quotidiano di sessismo e discriminazione, perché non saprei come altro definire questa gagliarda abitudine di chiedere a una donna di sorridere affinché soddisfi il tuo piacere, quello di uno sconosciuto.
Oltre a ciò, chiediamoci perché non sentiremo mai una ragazza apostrofare un uomo allo stesso modo. Non è semplicemente un gioco di potere, ma anche un avvilente emanazione dei ruoli di genere: agli uomini è permesso essere arrabbiati, stanchi, concentrati. A noi donne no: giulive, cordiali, spensierate (perché a cosa potrebbe mai pensare una donna, dopotutto?), dobbiamo essere belle da guardare in ogni occasione, luminose nonostante la nostra personale discrezione.

Il seno.
Il seno mi ricorda tanto il barbiere di Siviglia. “Tutti lo vogliono, tutti lo cercano”. O perlomeno così è finché rimane ipersessualizzato o finché sottostà al controllo maschile. Eh si, perché far vedere il seno va benissimo finché sono le telecamere di uno show televisivo ad inquadrarlo. Non ci stupiamo mentre le macchine da presa indugiano sul décolleté delle vallette in TV tra un gioco a premi e l’altro. Non arricciamo il naso nemmeno quando il seno Femminile viene utilizzato per vendere prodotti: automobili, gelati, bagnoschiuma…qualsiasi cosa risulta più convincente se pubblicizzata con un bel paio di seni. Il problema si pone se però è una ragazza qualsiasi a decidere di esporre il suo. Come le è venuto in mente di mettere quell’abito così scollato? Alla sua età poi…! Questi giovani d’oggi, con questi modelli di comportamento deviati…tutta colpa dell’internet, signora mia!
Non parliamo poi di allattamento e maternità…se il seno non può essere oggetto di desiderio, allora va nascosto, punto.

Le gambe.
Tra cellulite (da curare! Come una malattia, nonostante i suoi sintomi nella maggior parte dei casi non compromettano in alcun modo la salute) e depilazione ( tutta “colpa” delle donne che negli anni ’50 non potevano permettersi i collant di seta) non saprei nemmeno da dove cominciare. Anche se, con le gambe non è nemmeno tanto una questione di aspetto. Che siano più o meno sode o più o meno depilate, l’importante è che tu le copra. Sì, perché minigonna vuol dire “troia” e “troia” vuol dire cercare costantemente l’attenzione maschile. Se vieni molestata la domanda vien da sè: “Come eri vestita? Ah avevi la minigonna…”. E allora te la sei cercata. Sì perché dovresti saperlo che l’uomo è animale, è cacciatore e se tu ti vesti da preda…beh, cosa ti aspettavi? Ti aspettavi forse che la tua libertà potesse valere più di quella di un uomo arrapato?

Il sedere.
Un bel sedere è sempre piaciuto, ma negli ultimi tempi è diventata un’ossessione. La cosa ironica è che mai parte del corpo femminile fu tanto soggetta al marketing e alle mode. Tondo e carnoso negli anni ’50, piccolo e sodo negli anni ’80, a mandolino nello scorso decennio. Ora il booty è alla Kim Kardashian. Avere il sedere grande (accoppiato ad un improbabile giro vita da barbie) è la nuova priorità di ogni donna, per lo meno qui in occidente. Il big booty è il nuovo thigh gap. Ve la ricordate? Quella malsana fissazione per lo spazio tra le cosce? No? Beh, strano, perché quasi sicuramente avete passato parecchio tempo davanti allo specchio rammaricandovi di non averne uno…ma ora il vostro feed di Instagram parla chiaro: il nuovo ideal body è un altro! E quindi ecco che tutte le riviste femminili si improvvisano personal trainer consigliando squat, sumo squat e squat jump, mentre in rete girano consigli per diete miracolose in grado di farvi mettere su chili…sì, ma solo sul booty! La prossima stagione tireranno di nuovo i dadi e cosa uscirà? Per l’approvazione di chi scenderemo a patti con i nostri desideri? Per quale ideale di bellezza sacrificheremo tempo e salute mentale?

Riusciremo mai ad aprire gli occhi e a cogliere la triste ironia di questi giochi? Questi giochi di potere, di genere, di business che ci trasformano in pedine e che ci spostano sul tavoliere della vita lontano dai veri obiettivi e dai nostri successi. Che ci tolgono la libertà di autodeterminarci, di piacerci, di non piacere a tutti. Ci tolgono la sacrosanta libertà di fregarcene.

Il Capybara Femminista 

 

Come distruggere il patriarcato con la musica: una playlist femminista

Come distruggere il patriarcato con la musica: una playlist femminista

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4 maggio 2018: Rebeca Lane sforna Obsidiana, il suo nuovo album, che, provando a placare la mia naturale propensione al fangirling (fallendo miseramente, perché sono qui seduta in università che me la ballo) sto ascoltando mentre vi propongo la mia personale playlist femminista fatta di album, canzoni che si sono rivelate perle o l’intera produzione di artiste grandiose.

1. Queen Bey

Nata negli anni ’90, non potevo che crescere a pane e Beyoncé. Ho scoperto il girl power nei più iconici video delle Destiny’s Child, mentre ancora bambina sognavo di conquistare il mondo con un mini top e dei pantaloni con la stampa militare che mi avrebbero fatto ottenere il rispetto di tutti perché I’M A SURVIVOR, e ho potuto imparare molto sulla sorellanza, sull’intersezionalità e sulle rivendicazioni del femminismo nero grazie a quella meraviglia che è Lemonade. E sì, è vero, ci sono pezzi della produzione da solista di Bey che farebbero inorridire qualunque femminista, ma a me piace pensare a lei come all’artista ormai matura che mi ha permesso di conoscere Chimamanda Ngozi Adichie e il suo grandioso Dovremmo essere tutti femministi, dopo averlo citato in Flawless e quindi si merita decisamente un posto in questa lista!

Beyoncé-Formation

2. Lily Allen

Ok, lo ammetto, non sono esattamente la più esperta in materia, ma non mi sarei mai perdonata se l’avessi lasciata fuori perché Lily Allen ci ha regalato pezzi tanto belli quanto badass che hanno reso più che popolari alcune delle più importanti battaglie femministe. Menzione speciale se la meritano Fuck you, che senza censura manda un messaggio più che chiaro a chi si ostina a portare avanti idee omofobe; Not Fair, che afferma il diritto delle donne e delle ragazze al piacere e al desiderio e denuncia tutte quelle situazioni in cui uomini e ragazzi si sentono in diritto di trascurare l’orgasmo femminile, dandoci anche una lezione per tutte quelle volte in cui, insoddisfatte, abbiamo lasciato correre; e, ovviamente, Hard Out Here, che mette davanti agli occhi di tutti le situazioni di sessismo quotidiano che le donne sono costrette ad affrontare, insistendo, in particolare, sulla frustrante sessualizzazione che ognuna di noi si ritrova a dover gestire.

Lily Allen-Hard out here

3. Pynk, Janelle Monàe

Non conoscevo quest’artista e, a dire il vero, nemmeno ora saprei scrivere un trattato su di lei, ma oggi ho visto il grandioso video di Pynk e non potevo non menzionarla. Janelle Monàe è una cantante nera che ha reso main stream una rappresentazione della sessualità femminile e una celebrazione della vagina con un pezzo ottimo, ma soprattutto con immagini meravigliose e azzeccatissime che vanno da una spavalda quanto discreta -e adatta a un video musicale- rappresentazione della masturbazione femminile a prese di posizione politiche con riferimenti alle disgustose affermazioni di Trump. Per quanto mi riguarda, questo è il video del millennio.

Janelle Monàe-Pynk

4. Against me!

Gli Against me! sono ribellione pura, la loro musica è grandiosa e i loro testi diretti, ma ciò che li rende davvero rivoluzionari è l’attivismo che con le loro canzoni portano avanti. Gli Against me!, infatti, sono il gruppo di Laura Jane Grace, cantante transgender che dal suo coming out porta avanti una battaglia costante per tutta la comunità trans, in particolare per le persone che non hanno ancora affrontato la transizione o non hanno intenzione di farlo.

Against me!-True trans soul rebel

5. Ovviamente, Rebeca!

Rebeca Lane è una delle voci del femminismo latino, la mia preferita, per la precisione. Ogni suo testo è pieno di lotta e denuncia: dalla violenza di genere ai diritti dei popoli nativi, dalla situazione politica del suo Paese, il Guatemala, alle rivendicazioni anticolonialiste, dalla distruzione dei ruoli di genere alla denuncia delle sparizioni degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani in America Latina e nel resto del mondo. Mentre aspetto che sforni i primi video tratti da Obsidiana, vi lascio la mia preferita in assoluto delle sue canzoni.

Rebeca Lane-Alma Mestiza

La Mucca Intellettuale