Da grande sarò Oprah Winfrey

Da grande sarò Oprah Winfrey

IMG_9337Oprah. Che questa donna sia leggenda, non ci sono dubbi. Conduttrice televisiva, attrice e filantropa, Oprah non può essere considerata semplicemente “famosa”. Oprah è diventata un simbolo di forza e tenacia, è diventata un memento vivente dell’idea per cui, nonostante le avversità, si può sempre andare avanti e puntare in alto. Oprah è stata in grado di legarsi, attraverso la sua empatia, alle minoranze su suolo americano: dai neri, alle donne, fino ai musulmani.

Ma come ha fatto questa donna a diventare una tale icona? Andiamo con ordine, la lista è lunga.

Oprah nasce nel 1954 a Kosciusko, nel Mississippi, in una regione del sud dove gli echi della segregazione si facevano ancora sentire. L’infanzia di questa giovane ragazza afroamericana è caratterizzata dunque dalla povertà, dall’emarginazione e dalle violenze sessuali. Violenze delle quali Oprah ha sempre parlato pubblicamente, denunciando la realtà degli abusi e infondendo forza a tutte quelle donne che, come lei, avevano sperimentato la condizione della vittima.

Il contrasto tra le sue origini più che umili e il suo successo internazionale di oggi segna un altro tratto distintivo della figura di Oprah. Senza alcuna premessa per un roseo futuro, Oprah è oggi l’unica afroamericana miliardaria identificata dalla Forbes Billionaire List, incarnando così a pieno il sogno americano.

Ma i suoi fan non si sentono legati a lei per il suo generoso conto in banca, ovviamente. La sua onestà e la sua limpidezza, invece, sono ciò che i telespettatori hanno sempre apprezzato in lei. Oprah ha sempre parlato in modo schietto della sua vita e delle sue esperienze: non solo delle già citate violenze subite, ma anche delle sue relazioni affettive talvolta fallimentari e del percorso tortuoso che la portò ad ottenere una Sana autostima. Per questo si dice addirittura che Oprah abbia aperto le porte ai reality show, introducendo per prima, in televisione, la cosiddetta “confession culture”.

Questa stessa schiettezza, e la voglia di rimanere sempre fedele a se stessa, ha portato alla nostra Oprah anche alcune critiche nel corso della sua carriera. Dopo il terribile attentato dell’11 settembre, ad esempio, Oprah non si allineò con i più che inneggiavano alla guerra e alla vendetta contro i “musulmani”, ma diede invece il via ad un programma tv che spiegasse la fede islamica, nella speranza di combattere la xenofobaia e l’islamofobia.

A 6 anni dalla chiusura del suo talk show, Oprah è ben lontana dal ritirarsi dalla scena. Oprah continua ad essere un’ispirazione per donne e uomini, Americani e non e, forse, l’apice della sua umanità e del suo fervore, è rappresentato dal discorso tenuto in occasione del premio “life time achievement” ottenuto questo gennaio ai Golden Globes.

Parlando alla platea, vestita di nero in segno di supporto alla campagna Time’s Up, Oprah ci riporta al 1964, quando una lei bambina, davanti alla tv, con accanto una madre sfinita dal duro lavoro, rimane affascinata dalla figura di Sidney Poitier, attore afroamericano, quell’anno votato come best actor agli Academy Awards. Il ricordo dell’emozione provata nel veder acclamato in quel modo un uomo di colore, la porta a dare questo stesso valore al premio appena vinto: immaginando di essere guardata da tante giovani ragazzine di colore, Oprah afferma: “é un privilegio, è un onore per me condividere questa serata con tutte loro”.

Oprah continua facendo riferimento al movimento Me Too, facendo nomi e cognomi di quelle donne che hanno denunciato le violenze subite e che non hanno ricevuto il supporto necessario, ringraziando tutte le donne che hanno trovato la forza di descrivere quanto accaduto loro e ricordando che la violenza maschile sulle donne non è un problema appartenente unicamente al mondo dello spettacolo.

Oprah conclude con un messaggio di speranza, rivolgendosi alle ragazze più giovani che la seguono in diretta dalle loro case: “Voglio che sappiate che c’è un nuovo giorno all’orizzonte. E quando quel giorno finalmente sorgerà, sarà grazie a tante magnifiche donne , molte delle quali sono proprio qui stanotte, e ad alcuni uomini fenomenali, che combattono per diventare i leader che ci porteranno al tempo in cui nessuno dovrà più dire “ Me Too””.

Grazie Oprah, spero che da grande avrò un briciolo della tua forza.

Ecco il video del discorso completo di Oprah ai Golden Globes

Il Capybara Femminista

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Tucomingout #15 Toglietevi il Pussy Hat: Una riflessione sul termine TERF

Tucomingout #15 Toglietevi il Pussy Hat: Una riflessione sul termine TERF

IMG_9290Con il Tucomingout di oggi voglio cogliere l’occasione di fare un appello che ritengo stia diventando più importante che mai.

Qui sotto trovate un video in cui si spiega in modo molto chiaro e in pochissimo tempo il significato del termine TERF ovvero Trans Exclusionary Radical Feminist.
Per farla breve, questa sigla viene utilizzata per indicare quelle femministe cosiddette radicali che escludono dal discorso, dalla lotta e dal movimento le persone trans e, nello specifico, le donne trans in quanto si rifiutano di considerarle “vere donne” perché non sono nate con una vagina (per approfondire a proposito di transgender e transessualità potete leggere qui). 

Questa insistenza sulla vagina ha fatto sì che le TERF si impossessassero di un simbolo che dovrebbe invece indicare inclusione e intersezionalità: il pussy hat.

Ed ecco perché ho deciso di dedicare un intero articolo a questa categoria di “femministe”.
Come rappresentante del movimento Women’s March, che dal pussy hat è universalmente rappresentato, non potevo non specificare alcuni punti fondamentali.

Cominciamo col dire che il pussy hat non ha nulla a che fare con un tentativo di celebrazione della vagina in stile seconda ondata, ma ha origini per precise: ricordate quando, durante la campagna elettorale americana, venne resa pubblica quella angosciante registrazione in cui si sentiva Trump che, parlando delle donne, affermava che fosse necessario “grab them by the pussy”? Quando è successo si è deciso che quando le donne avrebbero marciato a Washington DC (e in tutto il mondo) avrebbero dovuto rispondere a queste parole e visto che a gennaio a Washington fa freddo, facendo un gioco di parole (in inglese “pussy” corrisponde sia al nostro “figa” che a “gattino”) si è deciso di rappresentare questa cosa con un cappello di lana rosa a forma di orecchie di gatto.

Ed è davvero tutto qui, questo è l’unico significato di quel bellissimo cappellino con le orecchie che ci vedete sempre indossare quando manifestiamo.

Detto ciò, direi che possiamo passare all’appello a cui ho accennato all’inizio e invito voi che mi state leggendo a fargli fare il giro del mondo così che possa arrivare a tutte le “femministe” transfobiche del mondo:

Innanzitutto, toglietevi il pussy hat. Non vi accetto nel movimento se voi non accettate che Women’s March sia inclusiva e intersezionale e smettetela di violentare un simbolo di parità con la vostra transofobia; poi, e questo lo dico a tutt*, smettiamola di usare il termine TERF! Non sono femministe radicali, perché non sono femministe: la transofibia non è femminista!

La Mucca Intellettuale

Frederick Douglass – Nato schiavo, morto attivista

Frederick Douglass – Nato schiavo, morto attivista

IMG_9245A inizio settimana vi ho parlato di Abba. Nell’ Articolo vi ho ricordato di quel giovane ragazzo di colore, figlio di immigrati del Burkina Faso, che dieci anni fa venne ucciso a Milano, in Via Zuretti ( a due passi da casa mia, tra l’ altro), dalla furia di due baristi della zona.
Il delitto deve essere contestualizzato, anche se non ho intenzione di ripetere in questa sede tutte le osservazioni del caso, ma, gira e rigira, è difficile non sganciarsi dalla convinzione per cui il razzismo, in quell’evento, giocò un ruolo di rilievo.

Oggi, volendo dare valore anche quest’anno al mese della cultura nera, vi vorrei parlare di quello che, del razzismo, non so bene se sia il frutto o il seme. Vi vorrei parlare di schiavitù. Vi vorrei parlare di Frederick Douglas, vi vorrei parlare, parafrasando le sue parole, di come un uomo fu fatto schiavo e di come uno schiavo si fece uomo.

Cercando Frederick Douglas su wikipedia, di lui viene detto che fu scrittore, che fu politico, attivista ed editore. Di lui viene detto che sostenne la lotta per il diritto di voto alle donne, viene detto che fu riformatore e abolizionista e, per quanto possiate non crederci, viene detto che fu anche schiavo.

Per quanto un essere umano di questo tipo, capace di imprese di tale calibro e di tale rilevanza dovrebbe essere su tutti i libri di storia, conosciuto da alunni e alunne di ogni paese, io, Frederick Douglas, l’ho scoperto un po’ per caso. Più esattamente: l’ho scoperto qualche settimana fa, curiosando svogliatamente tra la libreria del mio ragazzo. Qual giorno trovai una copia del suo libro: “Narrative of the Life of Frederick Douglas, an American Slave”. Inutile dire che lo lessi tutto d’un fiato.

Il libro è breve, ricco di informazioni, di dettagli non edulcorati e allo stesso tempo talmente vero e intriso di voglia di rivoluzione da non poter suscitare nel lettore niente, se non la voglia di cambiare le cose. Frederick racconta la storia della sua vita: dalla nascita nel Maryland come bambino mulatto, probabilmente figlio di quello che presto imparò a chiamare “Master”, ovvero “Padrone”, alle peripezie che lo portarono ad apprendere, come autodidatta, a leggere e a scrivere, fino alla messa in atto del suo piano di fuga; fuga a cui, come lui spesso sottolinea, cominciò ad aspirare solo dopo aver cominciato a leggere, a ragionare e riflettere, a respirare, dunque, anche se lievemente, la stessa aria dell’uomo bianco: dell’uomo libero.

Si tratta di un libro che tutt* dovrebbero leggere. Non solo per il suo valore letterario, che è indubbio, ma soprattutto perché rappresenta la più diretta e veritiera occasione per ampliare quanto imparato finora sulla schiavitù (che spesso non va molto oltre l’immagine, sul libro di storia, dei corpi di gente di colore ammassati stretti stretti su grandi navi occidentali. L’immagine che, per capirci, sta tra il paragrafo sulla guerra dei sette anni e il capitolo dedicato a Napoleone).

Sono tantissime le informazioni che questo libro mi ha lasciato e le riflessioni a cui mi ha spinta. Dalla pratica che prevedeva che gli “schiavi neonati” venissero separati il prima possibile dalle loro madri, a quella secondo la quale i figli bianchi del Master avrebbero dovuto frustare saltuariamente i loro fratellastri mulatti davanti agli occhi del loro stesso padre, giusto per non correre il rischio che si formasse alcun tipo di vincolo affettivo. Mi ha colpito sentir descrivere la profondità dei legami che venivano a crearsi tra gli schiavi: legami che portavano uno a fare di tutto pur di restare insieme all’altro e legami che, se rotti, rappresentavano la più grande causa di dolore, anche oltre quello procurato dalle abominevoli torture corporali a cui erano sottoposti.
Mi ha lasciato a bocca aperta un intero passo del capitolo II, in cui Douglas descrive i canti che si alzavano di giorno in giorno dai campi, quelli che oggi ci ostiniamo a canticchiare sotto natale, mangiando il pandoro. Egli dice: “Ogni sillaba era una testimonianza contro la schiavitù e una preghiera a Dio, affinché ci liberasse dalle catene. Ascoltare quelle note selvagge ha sempre depresso il mio spirito e mi ha sempre riempito di un’ineffabile tristezza. Ascoltandole mi sono spesso ritrovato in lacrime. […] Mi sono spesso stupito, una volta arrivato al nord, trovando persone che si riferivano a quei canti degli schiavi come a prove della loro contentezza e della loro felicità”.

Potrei andare avanti per intere pagine. Douglas racconta la storia senza interferenze sulla fonte, ci ricorda che gli stessi che mettevano uomini in catene, pregavano poi tre volte al giorno il loro Dio. Denuncia l’ipocrisia dell’uomo e nobilita allo stesso tempo la sua capacità di ingegno, la sua ricerca di felicità, la sua sete di libertà. Leggere questo libro non ci rende solo persone più informate, ma anche cittadini più consapevoli ed esseri umani più grati.

Scrivendo questo articolo ripenso ad Abba e alla marcia Antifascista della scorsa settimana. Penso a quanto assurdo mi sembra il razzismo negli stati uniti e quanto patetico appare il suo presidente che inneggia alla superiorità della “razza bianca”. Penso alla Libia e alla tratta degli esseri umani e penso che non Voglio che la storia si ripeta. Non questo tipo di storia, per lo meno.

Penso che, forse, non sono forte quanto Douglas e penso che di fronte a tutto questo io posso fare ben poco. Poi, però, ritrovo la tenacia che mi serve, ripensando alle sue parole: “Non ci può essere alcuna rivoluzione, non senza lotta”.

Il Capybara Femminista

E gli etero?

E gli etero?

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Parliamo di rappresentazione.

E’ San Valentino e, come ogni anno, ho dovuto impegnarmi più del dovuto nel consueto slalom tra nauseanti pubblicità indirizzate a lui per fare felice lei spendendo un sacco di soldi -in gioielli probabilmente prodotti con lo sfruttamento di risorse e persone-, post su ogni social che ti ricordano che se non hai ancora ballato con un principe azzurro appena incontrato nella foresta sei sbagliata e, più in generale, un’ossessione per questa festa che non ho mai particolarmente apprezzato perché si dovrebbe trattare di amore e troppo spesso è stereotipi e commercializzazione dei sentimenti.

Polemica iniziale a parte -che comunque non potevo evitare perché altrimenti non sono io- da un po’ di tempo apprezzo San Valentino perché diventa una bella occasione per parlare liberamente d’amore, di ogni forma di amore, anche di quello LGBT+, e sono rimasta piacevolmente colpita dai diversi modi in cui i gruppi di attivisti che si occupano di questo tema hanno trattato la questione: quello maggiormente gettonato è stato, ovviamente, la rappresentazione di coppie omosessuali.

Bellissimo, davvero.

Mi è piaciuto un sacco vedere foto, video, disegni, articoli che celebravano l’amore omosessuale semplicemente come amore, non come un tema politicamente rilevante, non come un problema da trattare per il raggiungimento della parità -tutte cose fondamentali, ovviamente, ma meno romantiche- finalmente si parlava esclusivamente di normalissimo amore.

Permettetemi una domanda: a qualcuno sembra che manchi qualcosa?

A quanto pare, a centinaia di etero pare che qualcosa manchi effettivamente.

Oggi, le persone eterosessuali, comprese quelle che si definiscono “alleate”, si sono ribellate alla loro mancata rappresentazione in quegli spazi che si sono occupati di celebrare l’amore omosessuale.

Oggi, le persone eterosessuali hanno scoperto cosa significa essere sottorapresentati.

Quello che doveva essere la celebrazione di qualcosa di bello e troppo spesso non considerato e un modo di affermare la normalità delle persone LGBT+ ricordando che esistono, si è trasformato nel capriccio degli “allies” che si sono visti strappare per un secondo i riflettori, perché per un attimo non erano al centro dell’attenzione, perché se le coppie rappresentate sono solo donna-donna o uomo-uomo è evidente che si tratti di una disperata richiesta di aiuto: PER FAVORE RICORDATECI CHE ESISTONO GLI ETERO!!!

Lasciate che vi dica una cosa, cari alleati: ce ne sono state di categorie, di persone, sottorappresentate oggi e non si trattava di voi. Provate, per qualche istante, a fare a meno del vostro privilegio, della vostra costante sete di attenzione, perché, se per un momento qualcuno di diverso da voi rivendica autonomamente il proprio diritto all’esistenza senza ringraziarvi dello spazio gentilmente e magnanimamente concesso, nessuno si scorda che ci siete.

La Mucca Intellettuale

Marcia antifascista- 10 Anni dopo, Abba vive

Marcia antifascista- 10 Anni dopo, Abba vive

AA6EB560-DB0E-4434-9462-36E6614D502ESabato 10 febbraio, a Milano, come sicuramente molti di voi già sapranno, il Tucamingo si è unito ad altre 20mila persone, in marcia contro il razzismo e contro il fascismo.
A mezz’ora dall’inizio della sfilata, piazza Oberdan, il luogo di incontro prefissato per l’evento, era ancora gremita di gente. Eravamo tanti, così tanti che, nonostante il corteo si fosse messo in moto già da un po’, gran parte di noi era rimasta in coda ancora ferma, lì, tra Corso Buenos Aires e i Bastioni di Porta Venezia.

Per tre ore abbiamo camminato per le strade della città, opponendo i nostri messaggi di parità, inclusione e rispetto agli episodi che hanno segnato le cronache italiane negli ultimi giorni e nell’ultimo secolo. Con gli elicotteri in volo sopra di noi, siamo andati avanti calmi e fieri; ogni passo si portava dietro la speranza di vedere un’Italia diversa: più consapevole, meno chiusa.
Non mi dilungherò nel descrivere lo scempio avuto luogo a Macerata, è ormai da tempo a tutti ben noto. Non mi dilungherò nemmeno a trascrivere i miei pensieri a riguardo, perché non vi svelerei niente di nuovo, immagino.

Ciò che voglio fare è riportare alla memoria di tutti un giovane ragazzo di 19 anni che nel settembre di dieci anni fa perse la vita proprio a Milano, proprio in via Zuretti, lì dove la manifestazione avrebbe dovuto fermarsi (prima di continuare poi fino in Piazza Duca D’Aosta, visto lo strepitoso numero di presenti).
Abba è stato ricordato sabato dagli organizzatori e le organizzatrici della marcia, è stato ricordato da noi quella sera, e vorrei riportare anche voi, lettori e lettrici, indietro di una manciata di anni.

Abba ( Abdoul Guibre) venne assassinato a colpi di spranga il 14 settembre 2008, colpevole del furto di un pacco di biscotti.
Abba, figlio di immigrati del Burkina Faso, quella sera era entrato in uno dei tanti bar milanesi con altri due amici di colore. I ragazzi, dopo aver rubato un pacchetto di dolcetti, vennero inseguiti dai due gestori del bar, padre e figlio, convinti, questi, che i ragazzi avessero preso l’incasso della notte. Tra i due gruppi volarono parole grosse e nessuno si comportò in modo civile e pacato, non c’è dubbio. Non c’è dubbio nemmeno del fatto che la colluttazione portò Daniele Cristofoli, il più giovane dei due baristi, a colpire Abba alla testa con un’asta di ferro di 70cm. Quel colpo avrebbe portato Abba alla morte, avvenuta poche ore dopo in ospedale.

Non si trattava di estremisti nostalgici, simpatizzanti per fazioni politiche apertamente razziste. Non avevano tatuaggi discutibili in fronte e molto probabilmente non custodivano gelosamente una copia del Mein Kampf in salotto. Eppure viene spontaneo chiedersi come sarebbero andate le cose se Abba e i suoi amici avessero avuto la pelle bianca.
I Cristofoli sarebbero andati in allarme allo stesso modo? Si sarebbero ugualmente spinti a pensare che un gruppetto di ragazzi poco più che adolescenti avesse potuto rubare in una mossa l’intero incasso della giornata? Avrebbero sentito ugualmente il bisogno di armarsi di spranga e bastone? E se anche le cose fossero andate allo stesso modo, avrebbero poi lasciato Abba, sanguinante, steso sulla strada?

Dopo la condanna di 15 anni e il tentativo dei Cristofoli di risarcire la famiglia Guibre con circa 175 mila euro (soldi prontamente rifiutati dai parenti di Abba), così le sorelle della vittima hanno commentato la vicenda:”Fino ad oggi credevo nella giustizia, ma la giustizia oggi mi ha fatto crollare per terra: sono troppo pochi gli anni a cui sono stati condannati”. “Mio fratello è stato ucciso per razzismo. Li ho guardati in faccia e ho capito che non si sono pentiti”.
Con questo articolo vorrei che arrivassero chiari alcuni messaggi, limpidi, ma che necessitano di essere ribaditi.

1) Il fascismo non è morto per sempre, checchè ne dica Minniti. Non possiamo mentirci a vicenda e non possiamo permettere che lo facciano i nostri politici. Il primo passo per risolvere un problema, qualsiasi esso sia, è riconoscerlo come tale.

2) Il fascismo è illegale secondo la nostra costituzione, e i nostalgici che inneggiano alla razza italica asciugandosi le lacrime patriottiche con il nostro tricolore dovrebbero tenerlo bene in mente.

3) Abba vive.

Il Capybara Femminista

Il fascismo (non) è morto settant’anni fa

Il fascismo (non) è morto settant’anni fa

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“Il fascismo è morto settant’anni fa”.

Questa frase mi rimbomba nella testa ogni volta che mi imbatto in discorsi che strizzano l’occhio alle peggiori forme di razzismo, ogni volta che sento parlare di persone divise per “razze”, ogni volta che sono costretta ad ascoltare l’ennesimo discorso che vorrebbe individuare un “noi” da difendere da “loro”. Questo accade perché ogni volta che vedo rispolverare questo tipo di retorica, specialmente quando si tratta di leader e gruppi politici, c’è sempre qualcuno che evidenzia quanto queste parole siano promotrici di un’ideologia filofascista e qualcuno che replica che non è vero perché “il fascismo è morto settant’anni fa”.

Ancora non ho capito se questa risposta venga da fascisti che non vogliono ammettere di esserlo o da antifascisti che hanno troppa paura di affrontare la realtà, ma rimane il fatto che qualcuno che lo dice c’è sempre e che è dannoso crederlo, per il semplice fatto che, purtroppo, non abbiamo ucciso il fascismo quando abbiamo ucciso i fascisti, semplicemente perché uccidere un paio di personaggi e sperare di poter voltare pagina non è un modo efficace per eliminare il fascismo.

L’odio, la rabbia e la violenza sono le armi del fascismo, le conosce bene e fino a quando ci abbasseremo a utilizzarle, gliela daremo vinta.
E infatti il fascismo c’è ancora: c’è nella politica che punta tutto sul terrore e sulla rabbia, fomentando questo genere di sentimenti, c’è nel supporto e nella fiducia cieca in quei leader politici che promettono a “noi” di liberarci di “loro”, c’è nella distruzione della parità, c’è nella costruzione di muri e, purtroppo, mi tocca anche dire che ora nel nostro Paese c’è anche sotto forma di terrorismo.

Tutto questo discorso, però, non ha lo scopo di spaventarvi, ma di invitarvi ad un’azione concreta contro il fascismo:

Sabato, 10 febbraio, Il Tucamingo rappresenterà Women’s March-Milan alla Marcia Antifascista e Antirazzista che si terrà dalle 15:30 in Piazza Oberdan.

Spero di trovarvi tutt* lì!

La Mucca Intellettuale

Tucomingout #14 “A” come Allies, “A” come Asexual

Tucomingout #14 “A” come Allies, “A” come Asexual

IMG_9138Eccolo qui, un altro capitolo della nostra rubrica arcobaleno. Dall’uscita del primo articolo del Tucomingout, abbiamo ormai ragionato spesso su cosa voglia dire essere omosessuale per un giovane ragazzo del XXI secolo, con l’aiuto del nostro amato Suricata Dissidente. Abbiamo riflettuto più volte sulla bisessualità, guidat* dalle esperienze della nostra Mucca Intellettuale. Molte altre, invece, abbiamo più semplicemente discusso insieme sul tema della parità, della sessualità e su ciò che le varie lettere della sigla LGBTQIA rappresentano.

Qualcuna, però, manca ancora all’appello!
Ecco che il Capybara Femminista corre ai ripari, proponendosi di raccontarvi un pochino ciò che si cela dietro quella “A” maiuscola.

La lettera A della sigla “LGBTQIA” rimanda a due gruppi di persone: gli e le asessuali e i/le cosiddetti/e “allies”.
Andiamo con ordine.

Per asessuale si intende una persona che non prova attrazione sessuale e non ha interesse per il sesso. Alcuni psicologi definiscono l’asessualità come “mancanza di orientamento sessuale”, mentre alcuni sessuologi vorrebbero far rientrare l’asessualità tra i possibili diversi orientamenti. Che siate dell’una o dell’altra parrocchia, o che sia la prima volta che sentite parlare di asessualità, ciò che conta è che la accettiate come una realtà effettiva e concreta, se pur rara (un recente sondaggio britannico che includeva una domanda sull’attrazione sessuale, ha riportato che l’1% delle risposte indicava che l’autore “non aveva mai provato alcuna attrazione sessuale” (Bogaert, 2004).).

Vi chiedo dunque di non armarvi di scetticismo e di non mettere in difficoltà una minoranza; eventualmente, se questo articolo avesse acceso in voi della sana curiosità, fate ricerche, ponete domande (nel rispetto della sensibilità altrui) e imparate qualcosa di nuovo!

Parliamo ora del secondo termine a cui “A” fa riferimento. Gli/le allies sono, letteralmente, gli alleati, ovvero tutte quelle persone che non si identificano come LGBTQIA, ma che sostiengono i diritti e la sicurezza di questa comunità.
Gli e le allies hanno un ruolo di fondamentale importanza e, immaginando che tra i lettori del tucamingo non tutti siano LGBT+, ne approfitto per includere in questo discorso un vero e proprio appello.

Gli allies hanno un privilegio che devono riconoscere e quindi sfruttare. Gli allies non si sentiranno mai apostrofare a scuola o al lavoro per il loro modo di camminare o di parlare ; gli allies non proveranno mai paura a prendere per mano il proprio compagno o la propria ragazza davanti ad altre persone; gli allies non correranno il rischio di morire difendendo il loro diritto di amare, non vedranno la loro esistenza negata con nonchalance e non vedranno movimenti sorgere contro di loro con il solo scopo di ostacolare i loro diritti. E, se tu, ally, puoi invece sperimentare o hai già sperimentato tutto questo, perché magari fai già parte di un’altra minoranza, ( che sia essa di genere o religiosa o etnica), beh, allora a Maggior ragione dovrai sentire la necessità e l’urgenza di combattere anche questa battaglia. Perché è proprio questo il cuore del femminismo di quarta generazione.

Parafrasando le parole di Audre Lorde: non sarò mai liber* finché non lo saremo tutt*. Non importa quanto le tue catene siano diverse dalle mie.

Ps: il Tucamingo non vede l’ora di poter cedere la parola ai suoi amici e alle sue amiche lgbt! Volete raccontare la vostra esperienza, condividere un commento o un punto di vista? Scriveteci, vi mettiamo a disposizione il prossimo numero del Tucomingout!

Il Capybara Femminista